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Discussione generale - Autonomia differenziata, il Governo colleziona sconfitte e insiste con l’ostinazione differenziata

Roma, 20 luglio 2026 – Il Governo Meloni continua a non accettare la realtà: colleziona sconfitte e insiste con quella che, nel mio intervento alla Camera, ho definito la sua “ostinazione differenziata”.

Dopo che la Corte costituzionale ha profondamente modificato e demolito parti essenziali dell’impianto originario della legge Calderoli, la maggioranza non ha scelto di fermarsi, ascoltare e correggere il progetto. Ha deciso, invece, di ricostruirlo a rate: una funzione alla volta, una Regione alla volta, un’intesa alla volta.

In Aula abbiamo discusso le pre-intese tra il Governo e Lombardia, Liguria, Piemonte e Veneto riguardanti protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, tutela della salute e coordinamento della finanza pubblica.

Non si tratta, però, di semplici atti amministrativi. Ogni funzione trasferita oggi può diventare un precedente domani. Ogni eccezione concessa a una Regione può trasformarsi in una richiesta avanzata da un’altra. Ogni singolo spostamento di competenze può apparire limitato, ma la somma di tanti piccoli trasferimenti può cambiare profondamente l’architettura della Repubblica.

Il Governo presenta al Parlamento una tessera alla volta, sperando che nessuno guardi il mosaico complessivo.

La Corte ha fermato l’autonomia all’ingrosso

La Corte costituzionale non ha cancellato l’autonomia prevista dall’articolo 116 della Costituzione. Ha però stabilito un principio fondamentale: non possono essere trasferite intere materie in modo generico e indiscriminato. Devono essere individuate specifiche funzioni e, soprattutto, deve essere dimostrato che il trasferimento produca un beneficio concreto per i cittadini e per l’intera Repubblica.

L’autonomia, quindi, non può essere una gara tra Regioni per conquistare più potere. Deve essere uno strumento per migliorare i servizi, garantire i diritti e rendere le istituzioni più efficienti.

Il Governo, invece, sembra aver tratto dalla sentenza una conclusione molto diversa: non potendo procedere all’ingrosso, prova a farlo al dettaglio. Cambia la confezione, ma non cambia il progetto.

Questa maggioranza mostra una particolare difficoltà ad accettare le sconfitte. Quando la realtà smentisce una promessa, cambia la data. Quando una riforma non regge, cambia il titolo. Quando la Corte costituzionale chiude la strada principale, il Governo tenta di raggiungere la stessa destinazione percorrendo le vie secondarie.

La Lombardia deve essere un motore, non un vagone che si stacca

La questione centrale non è quante competenze aggiuntive possa ottenere la Lombardia. La vera domanda è quali risultati concreti queste nuove attribuzioni produrranno per i cittadini.

La Lombardia è una Regione fondamentale per il nostro Paese. Possiede un tessuto produttivo straordinario, università, centri di ricerca, imprese e professionalità riconosciute in tutta Europa. Proprio per questo dovrebbe essere la prima a sottoporsi a una verifica rigorosa.

Una Regione forte non chiede fiducia sulla parola. Dimostra attraverso dati, indicatori e risultati perché una determinata funzione verrebbe esercitata meglio a livello regionale e garantisce che il proprio vantaggio non produca uno svantaggio per gli altri territori.

La Lombardia deve continuare a essere il motore dell’Italia, non il primo vagone di un treno che decide di partire lasciando il resto del Paese sul binario.

Essere una locomotiva significa trascinare l’intero convoglio, non staccarsi da esso. La Lombardia è forte quando innova per tutto il Paese, quando le sue imprese sostengono l’economia nazionale e quando le sue strutture sanitarie curano anche cittadini provenienti da altre Regioni.

A Varese servono medici e servizi, non nuove bandierine

Lo dico da parlamentare eletto in provincia di Varese: i cittadini non mi fermano per chiedermi nuove formule costituzionali o altre bandierine regionali.

Mi chiedono quando riusciranno a trovare un medico di medicina generale. Quando potranno ottenere una visita specialistica senza aspettare mesi. Quando i pronto soccorso e i servizi territoriali saranno realmente accessibili. Quando la sanità pubblica tornerà a rispondere tempestivamente ai bisogni delle famiglie.

Prima di domandare altri poteri, Regione Lombardia dovrebbe rispondere pienamente dell’esercizio delle competenze che già possiede.

Non può funzionare il solito gioco delle tre carte: quando un servizio funziona il merito è della Regione; quando non funziona la responsabilità è di Roma; quando i risultati non arrivano si chiedono altre competenze.

L’autonomia non deve aumentare il potere e diluire le responsabilità. Deve produrre l’esatto contrario: maggiore trasparenza, maggiore responsabilità e risultati verificabili.

Sanità: medici e infermieri non si moltiplicano con un’intesa

Il capitolo più delicato riguarda la tutela della salute e il coordinamento della finanza pubblica.

Una maggiore autonomia finanziaria potrebbe trasformare la sanità in una competizione tra Regioni per attrarre personale già insufficiente. Ma medici e infermieri non si moltiplicano attraverso un accordo istituzionale.

Se una Regione offre condizioni più vantaggiose e sottrae professionisti a un’altra, può apparentemente migliorare il proprio sistema impoverendo quello confinante. Ciò che conviene a una singola amministrazione, però, non coincide necessariamente con ciò che conviene alla Repubblica.

La salute non può diventare un campionato nel quale una Regione vince soltanto se le altre perdono. Il diritto alle cure deve essere garantito su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dal codice postale o dalla capacità economica della Regione di residenza.

Autonomia responsabile, non secessione amministrativa

Noi non proponiamo un ritorno al centralismo. La Costituzione riconosce le autonomie e noi vogliamo valorizzarle.

Chiediamo però un’autonomia responsabile, misurabile e reversibile. Per ogni funzione trasferita devono essere indicati il problema da risolvere, gli obiettivi, le risorse necessarie, gli effetti sugli altri territori e i criteri con cui verificare i risultati.

Servono livelli essenziali delle prestazioni realmente finanziati, una perequazione efficace e una programmazione nazionale del personale sanitario. Il Parlamento deve poter valutare il disegno complessivo, non limitarsi a mettere un timbro su intese già definite altrove.

L’Italia non ha bisogno di Regioni più sole. Ha bisogno di istituzioni più responsabili e di cittadini più uguali.

Questa è la differenza tra l’autonomia prevista dalla Costituzione e una secessione amministrativa costruita a rate.

Una Repubblica non si divide necessariamente con un grande strappo. Può dividersi lentamente: una funzione alla volta, un’intesa alla volta, un’eccezione alla volta. Fino al momento in cui cittadini appartenenti allo stesso Paese non godono più degli stessi diritti con la stessa intensità.

Quando questo accade, non è cresciuta l’autonomia: si è ritirata l’uguaglianza.

E quando arretra l’uguaglianza, arretra la Repubblica.