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Prezzi dei carburanti: il Governo rincorre le crisi, ma lascia cittadini e imprese senza una vera strategia

Alla Camera sono intervenuto sul decreto-legge relativo ai prezzi petroliferi connessi alle crisi dei mercati internazionali, A.C. 2890, conversione del DL 18 marzo 2026, n. 33. Un provvedimento nato per affrontare l’aumento dei costi dei carburanti e il loro impatto su famiglie, imprese e filiere produttive, ma che ancora una volta mostra tutti i limiti di un Governo che interviene inseguendo l’emergenza, senza costruire una vera politica industriale ed energetica di lungo periodo.

Il decreto, presentato dal Governo e approvato dal Senato prima dell’esame alla Camera, reca “disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi alle crisi dei mercati internazionali”. Il testo è stato poi convertito con la legge 13 maggio 2026, n. 79, come riportato in Gazzetta Ufficiale.

Il tema è molto concreto: quando aumentano i prezzi dei carburanti, non aumenta solo il costo del pieno. Aumentano i costi di trasporto, aumentano i costi per le imprese, aumentano i prezzi lungo tutta la filiera, fino ad arrivare alle famiglie. È il classico effetto domino che pesa soprattutto su chi lavora, produce, si sposta ogni giorno e non può semplicemente “aspettare che il mercato si sistemi da solo”.

In Aula ho richiamato anche un punto politico più ampio: non basta discutere di decimali, di percentuali minime o di piccoli aggiustamenti contabili. La politica deve guardare ai numeri reali, agli effetti concreti e alla vita quotidiana delle persone. Perché mentre il Governo prova a raccontare interventi come se fossero grandi svolte, cittadini e imprese continuano a misurare la realtà sul costo del carburante, delle bollette, dei beni essenziali e della produzione.

Durante il confronto parlamentare ho risposto anche al collega Marattin sul tema della produttività, ricordando che non si può ridurre tutto a un calcolo freddo e astratto. In molti Paesi si sperimentano modelli organizzativi diversi, anche con riduzione dell’orario di lavoro, senza per questo ridurre la produttività. Anzi, quando il lavoro è organizzato meglio, quando si riduce lo stress e quando si investe davvero sulla qualità, la produttività può aumentare.

La parola chiave è sinergia. Non quella usata nei convegni per riempire le slide, ma quella vera: organizzazione, innovazione, qualità del lavoro, efficienza energetica, sostegno alle imprese e tutela del potere d’acquisto. Tutte cose che questo Governo cita spesso, ma pratica con la stessa convinzione con cui prometteva di cancellare le accise prima delle elezioni. Poi, una volta arrivati al Governo, le accise sono rimaste lì: solide, fedeli, praticamente più stabili di molte promesse elettorali.

Il Movimento 5 Stelle continuerà a chiedere misure strutturali, non interventi tampone. Serve una politica energetica che riduca davvero la dipendenza dalle fonti fossili, sostenga le rinnovabili, tuteli famiglie e imprese e accompagni il sistema produttivo verso una transizione credibile. Non si può continuare a rincorrere ogni crisi internazionale con un decreto d’urgenza e poi presentarlo come se fosse una visione.

La verità è che l’Italia ha bisogno di scelte coraggiose: meno propaganda sui carburanti, più investimenti su energia pulita, trasporti efficienti, imprese innovative e salari dignitosi. Perché il Paese non si governa con gli slogan da campagna elettorale, e il pieno dell’auto non si paga con le promesse.

Il Governo continua a parlare di emergenza, ma evita la domanda principale: qual è la strategia per rendere il Paese meno esposto alle crisi dei mercati internazionali? Finché questa risposta non arriverà, ogni decreto sarà solo una toppa. E, come spesso accade con questa maggioranza, anche la toppa rischia di costare più del buco.