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Da Piano Casa a Piano d’attesa: il piano Meloni lascia fuori oltre 3 famiglie su 4

Da Piano Casa a Piano d’attesa: il piano Meloni lascia fuori oltre 3 famiglie su 4

Il cosiddetto Piano Casa del Governo Meloni viene presentato come una svolta. La Presidente del Consiglio e la maggioranza lo raccontano come una risposta storica all’emergenza abitativa. Ma quando si esce dagli slogan e si guardano i numeri, la realtà è molto diversa: siamo davanti a un provvedimento insufficiente, tardivo e privo di una vera visione pubblica sul diritto all’abitare.

Il Governo parla di circa 100 mila alloggi in dieci anni. Le famiglie in graduatoria per una casa popolare, però, sono oltre 650 mila. Questo significa che anche se il Piano funzionasse al 100 per cento, anche se tutti gli alloggi fossero disponibili domani mattina e non tra dieci anni, resterebbero comunque fuori oltre 550 mila famiglie.

Questo è il punto che Giorgia Meloni non può coprire con uno slogan: il Piano Casa è insufficiente persino se funzionasse. Più che un Piano Casa, rischia di essere un Piano d’attesa.

Uno sfratto non aspetta dieci anni. Una famiglia in difficoltà non aspetta dieci anni. Un giovane che non riesce a pagare l’affitto non aspetta dieci anni. Un lavoratore povero non aspetta dieci anni. Eppure, quando si parla di casa, affitti, morosità incolpevole e famiglie in graduatoria, l’urgenza del Governo diventa improvvisamente paziente.

Per il Ponte sullo Stretto l’urgenza si trova. Per le spese militari l’urgenza si trova. Per le bandierine ideologiche l’urgenza si trova. Ma quando si parla del diritto concreto delle persone ad avere un tetto sopra la testa, si chiede di aspettare.

Con il mio ordine del giorno n. 71 ho posto anche un altro tema fondamentale: la casa non può diventare l’ennesima occasione per consumare nuovo suolo. Casa e suolo non sono due questioni separate. Da una parte ci sono famiglie che aspettano un’abitazione; dall’altra c’è un Paese che continua a perdere terreno fertile, aree verdi, superfici permeabili, sicurezza idrogeologica e qualità urbana.

Secondo ISPRA, in Italia consumiamo circa 20 ettari di suolo al giorno. Allo stesso tempo, esistono oltre 310 chilometri quadrati di edifici non utilizzati e degradati. La domanda è semplice: perché consumare nuovo suolo se abbiamo già patrimonio vuoto, degradato e inutilizzato da recuperare?

Il provvedimento richiama il contenimento del consumo di suolo, ma lo fa troppo spesso come principio generale, non come vincolo operativo stringente. E quando un principio non diventa una regola, rischia di restare una bella frase: utile per una relazione illustrativa, ma inutile per fermare il cemento.

Per questo con l’ordine del giorno ho chiesto al Governo tre impegni chiari: criteri normativi uniformi per rispettare la gerarchia europea del consumo di suolo; pieno allineamento con l’obiettivo di azzeramento del consumo netto di suolo entro il 2030; partecipazione reale dei Comuni nell’attuazione del Piano nazionale di ripristino della natura.

Rigenerazione urbana non può essere una parola elegante per giustificare nuovo cemento. Rigenerare significa recuperare ciò che è degradato, riusare ciò che è vuoto, restituire vita ai quartieri, senza consumare altro suolo. Altrimenti non è rigenerazione: è cementificazione con un vestito nuovo.

C’è poi un altro rischio politico enorme: che dietro la parola “Piano Casa” si apra un’autostrada a grandi fondi immobiliari, capitali privati e operazioni speculative, con deroghe molto ampie e commissariamenti che comprimono controlli, trasparenza e ruolo dei territori. Anche ANAC ha segnalato la necessità di maggiore attenzione su commissari, deroghe e trasparenza nei contributi ai privati.

Il diritto all’abitare non può dipendere dalla convenienza dell’investitore. Se un intervento non rende abbastanza, il privato se ne va. La famiglia in graduatoria, invece, resta lì.

Una famiglia sotto sfratto non vive in un’etichetta di bilancio. Vive, o non vive, in una casa. E il diritto all’abitare non si racconta da Palazzo Chigi: si costruisce nei quartieri, nelle periferie, nei territori, recuperando il patrimonio abbandonato e senza consumare altro suolo.

Per territori già fortemente urbanizzati come la provincia di Varese, questo tema è decisivo. La risposta all’emergenza abitativa deve passare dal recupero del patrimonio esistente, dalla rigenerazione vera, dalla tutela del suolo e dal coinvolgimento dei Comuni. Non da nuove colate di cemento mascherate da politiche sociali.

Se un Piano Casa lascia fuori oltre tre famiglie su quattro, non mette vincoli seri contro il consumo di suolo e apre la porta alla finanza immobiliare, allora non è un vero Piano Casa.

È l’ennesimo spot con il citofono e con un po’ di cemento in più.