C’è un modo serio di fare politica industriale: dare certezze, tempi chiari, strumenti semplici, controlli efficaci e un obiettivo limpido — decarbonizzare e rafforzare la competitività delle imprese.
E poi c’è il modo scelto dal Governo: Transizione 5.0 trasformata in un percorso a ostacoli, e “aree idonee” per le rinnovabili gestite come se bastasse cambiare un articolo di legge per far sparire i problemi sul territorio.
Questo decreto (A.C. 2758, conversione del D.L. 175/2025) è l’ennesima prova di una maggioranza che annuncia “semplificazione” e poi produce complicazione.
Il Governo interviene su Transizione 5.0 con una serie di modifiche che, al di là del linguaggio tecnico, raccontano una verità evidente: il meccanismo non stava funzionando.
E qui viene la parte paradossale: mentre predicano “vicinanza alle imprese”, scrivono norme che sembrano pensate per chi ha uffici legali e amministrativi interni, non per la piccola e media impresa che lavora, produce e assume persone.
Il risultato? Incertezza. E l’incertezza, per chi deve investire, è il primo incentivo a non investire.
L’altra metà del decreto riguarda le fonti rinnovabili e le cosiddette aree idonee, riscrivendo e ricollocando norme nel Testo Unico FER (d.lgs. 190/2024).
Noi lo diciamo chiaramente: il Paese ha bisogno di rinnovabili e di accelerare la transizione energetica. Ma serve governo, non improvvisazione.
Nel decreto:
E qui la maggioranza fa il solito gioco delle tre carte: “acceleriamo”, ma senza chiarire davvero come si evita il caos tra competenze, pareri, territori e ricorsi.
La stessa Scheda del MoVimento 5 Stelle evidenzia che alcune “salvaguardie” introdotte, come il richiamo alle aree di elevato valore agricolo, rischiano di essere vaghe e quindi inutili o, peggio, terreno fertile per conflitti e contenziosi.
In pratica: un Paese spaccato tra “fate presto” e “non qui”, con norme scritte in modo da far litigare tutti, e poi — quando scoppia il contenzioso — la colpa sarebbe delle Regioni, dei Comuni o della burocrazia.
Comodo.
C’è un punto che politicamente pesa: nelle coperture finanziarie compaiono riduzioni di risorse che, nel quadro richiamato dal dossier, includono azioni legate anche all’utilizzo dell’idrogeno nei settori hard-to-abate.
Allora mettiamola così: se davvero credono nella transizione industriale, perché tagliare risorse che servono proprio nei settori dove decarbonizzare è più difficile e strategico?
Qui la contraddizione è lampante: fanno i comunicati sulla “transizione”, ma poi quando serve coprire un provvedimento… la transizione diventa un capitolo da cui prendere soldi.
E questo non è solo incoerente: è miope.
Nel decreto appare anche un intervento sul Golden Power in ambito finanziario.
La nostra posizione è semplice: tutelare gli asset strategici è sacrosanto, ma servono paletti, garanzie e proporzionalità, non norme “inserite” in un decreto che tratta tutt’altro, senza un confronto vero e senza chiarire gli effetti. La stessa Scheda M5S sottolinea le criticità e il rischio di discrezionalità e di frizioni con i procedimenti europei.
Noi diciamo sì a:
E diciamo no a:
Perché la transizione non si fa con g
li slogan: si fa con scelte coerenti, strumenti affidabili e rispetto per chi ogni giorno manda avanti questo Paese.
E soprattutto: se il Governo vuole davvero “aiutare le imprese”, inizi da una cosa rivoluzionaria per loro: non cambiare le regole mentre stanno investendo.
Roma, 4 ottobre 2025 – Migliaia di persone da tutta Italia hanno riempito le strade della Capitale per la manifestazione nazionale per la Palestina, chiedendo un cessate il fuoco immediato e la fine della complicità internazionale con i crimini di guerra in corso a Gaza.
Tra i partecipanti anche una numerosa delegazione del Movimento 5 Stelle, con la presenza di Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera, Alessandra Maiorino, vice capogruppo al Senato, Michele Gubitosa, vicepresidente, Paola Taverna, vicepresidente vicario, Gianluca Perilli, coordinatore del Comitato Progetti, oltre ai deputati Francesco Silvestri, Agostino Santillo, Valentina D’Orso, Davide Aiello, Susanna Cherchi, Daniela Morfino e Antonio Ferrara, portavoce del M5S alla Camera dei Deputati.
Il corteo è partito da Piramide, attraversando via Ostiense e via Labicana fino a Piazza San Giovanni, in una mobilitazione che ha visto insieme cittadini, studenti, associazioni pacifiste e forze politiche unite dalla richiesta di pace, giustizia e rispetto del diritto internazionale.
Gli organizzatori hanno stimato oltre un milione di partecipanti, mentre le fonti istituzionali hanno parlato di alcune centinaia di migliaia: una differenza che racconta bene la distanza tra la piazza reale e la percezione di chi governa.
Durante la manifestazione, Riccardo Ricciardi ha attaccato duramente la narrazione del Governo Meloni:
“Gaza ha svelato tutta l’ipocrisia del governo. Dicono che non si sciopera per la sanità, per la scuola, per il lavoro? Questa gente sarà in piazza anche per la sanità, per la scuola, per il lavoro.”
Un messaggio chiaro e diretto, a cui si sono uniti molti parlamentari M5S – tra cui Antonio Ferrara, presente nel corteo – ribadendo la necessità che l’Italia torni a essere voce di pace e di coerenza, non spettatrice silenziosa delle violazioni umanitarie.
L’On. Antonio Ferrara, presente in piazza insieme ai colleghi, ha dichiarato:
“Essere qui oggi non è un gesto simbolico, ma un atto politico. La pace non è mai neutrale: significa scegliere da che parte stare. E noi stiamo dalla parte del diritto internazionale, della libertà dei popoli e della verità, non delle convenienze geopolitiche o dei silenzi calcolati.”
Un richiamo netto alla responsabilità politica e morale dell’Italia, che – secondo Ferrara – deve smettere di “girare lo sguardo dall’altra parte” mentre civili innocenti continuano a morire.
La partecipazione del Movimento 5 Stelle alla manifestazione ha rappresentato un segnale politico chiaro: dire basta alle forniture militari e chiedere un ruolo attivo del nostro Paese nella diplomazia per la pace.
Una posizione che – come ha ricordato Ferrara – non è solo internazionale, ma profondamente legata alla giustizia sociale interna, perché “non può esserci pace fuori se non c’è equità dentro”.
Nel corteo non sono mancati momenti di tensione con alcuni episodi isolati di disordine, ma la grande maggioranza dei manifestanti ha dato prova di compostezza e determinazione, scandendo slogan per la libertà del popolo palestinese e per la dignità della politica italiana.
Per il Movimento 5 Stelle, questa giornata è la conferma che la voce del popolo non è estinta, e che le piazze restano lo strumento più autentico per riportare la politica a contatto con la realtà.
Come ha sottolineato l’On. Ferrara:
“Oggi Roma ha ricordato alla politica che la pace non si invoca solo nei tweet, ma si costruisce con la presenza, con il coraggio e con la coerenza.”