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Il caso Carla Zambelli non riguarda soltanto una vicenda giudiziaria internazionale. Riguarda anche il modo in cui una certa destra prova a costruire, ogni volta, una narrazione di comodo: inflessibile con gli avversari, indulgente con i propri riferimenti politici.
Secondo quanto riportato dagli organi di stampa, su uno dei procedimenti relativi alla richiesta di estradizione verso il Brasile vi è stato un pronunciamento in Italia. È un fatto istituzionale di cui si prende atto, senza commentare decisioni giudiziarie e senza trasformare il dibattito politico in una valutazione sulle sentenze.
Il punto politico è un altro.
Sempre secondo quanto riportato dai media, resta aperto un secondo profilo relativo a una condanna a cinque anni e tre mesi per porto illegale d’arma da fuoco e costrizione illegale. Una vicenda che merita attenzione non per alimentare processi mediatici, ma per evitare che tutto venga automaticamente trasformato in persecuzione politica.
Esiste un video. E quel video andrebbe visto.
Le immagini mostrano Carla Zambelli estrarre una pistola e inseguire un uomo per strada, fino dentro un negozio. Saranno le sedi competenti a valutare ogni aspetto, ma sul piano politico una domanda resta: davvero basta appartenere alla destra bolsonarista per trasformare ogni vicenda giudiziaria in martirio?
[INSERISCI QUI IL VIDEO]
Non basta far parte di quella rete della destra radicale internazionale che per anni ha fatto asse tra Brasile, Argentina, Ungheria e Stati Uniti per pretendere sempre una narrazione di comodo. Una rete che ha predicato ordine, autorità, legge e sicurezza, salvo poi scoprire improvvisamente il vittimismo quando quelle stesse parole bussano alla porta dei propri amici politici.
È sempre lo stesso schema: quando la giustizia riguarda gli avversari, certa destra diventa inflessibile, severa, quasi feroce. Quando invece riguarda i propri riferimenti politici, tutto cambia. Le condanne diventano sospette, i processi diventano complotti, le responsabilità diventano persecuzioni.
La legalità, però, non può essere una clava contro gli avversari e una carezza quando riguarda gli amici. Non può essere rigida per qualcuno e comodamente flessibile per qualcun altro.
Perché questa non è legalità.
È appartenenza politica travestita da principio.
Roma, – Oggi, in conferenza stampa alla Camera dei Deputati, l’On. Antonio Ferrara (M5S) ha presentato il libro “Alessia, la forza della vita” di Fabrizio Schiavo, in un evento prenotato e organizzato dallo stesso Ferrara in collaborazione con la collega Stefania Ascari.
“Non è stata una semplice presentazione di un libro. È stata una scossa. La storia di Alessia racconta la forza della vita, ma anche la fatica silenziosa di tante famiglie che ogni giorno devono combattere contro burocrazia, liste d’attesa, servizi insufficienti e diritti riconosciuti solo sulla carta”.
Ferrara sottolinea il nodo politico: “Quando una famiglia con una persona fragile o con disabilità deve lottare per ottenere cure, assistenza, continuità terapeutica e livelli essenziali di assistenza, vuol dire che lo Stato non sta facendo fino in fondo il proprio dovere. E qui emerge tutta la distanza tra la propaganda del Governo e la vita reale delle persone”.
“Questa maggioranza parla continuamente di famiglia, ma troppo spesso lascia sole proprio le famiglie più fragili. Si riempiono la bocca di tutela, natalità, valori e comunità; poi, quando bisogna garantire servizi, sanità territoriale, assistenza domiciliare e diritti esigibili, improvvisamente spariscono. La retorica costa poco, i diritti invece richiedono risorse, coraggio e responsabilità”.
“Anche nel Varesotto queste difficoltà sono concrete. Ci sono famiglie che vivono percorsi a ostacoli, costrette a diventare esperte di moduli, ricorsi, telefonate e attese infinite. Non dovrebbe funzionare così: la dignità di una persona non può dipendere dalla resistenza della sua famiglia o dalla fortuna di trovare l’ufficio giusto”.
Da qui la proposta-provocazione di Ferrara: “Ho chiesto all’editore di donare questo libro a ogni deputato della maggioranza. Sarebbe utile: magari tra un emendamento inutile e uno slogan sulla famiglia, qualcuno potrebbe ricordarsi che fuori dai palazzi esistono persone vere, con problemi veri, che non si curano con le conferenze stampa del Governo”.
“Il nostro obiettivo è portare questa storia nel dibattito pubblico. Non per commuoverci per un giorno, ma per trasformare l’emozione in azione politica. Perché una società civile si misura da come protegge chi è più fragile. E oggi, purtroppo, su disabilità, sanità e diritti essenziali, questo Governo è ancora troppo distante dalla realtà”.
Fausto Dardanelli, alla Camera dei Deputati una conferenza stampa per chiedere verità e trasparenza
Oggi alla Camera dei Deputati ho organizzato una conferenza stampa dedicata al caso di Fausto Dardanelli, il carabiniere di 34 anni trovato morto il 22 luglio 2016 a Bagaladi, in provincia di Reggio Calabria.
Si tratta di una vicenda che, a distanza di anni, continua a presentare ombre, incongruenze e interrogativi che non possono essere ignorati. Per questo ho ritenuto doveroso riportare l’attenzione delle istituzioni su un caso tanto delicato quanto irrisolto sotto il profilo della piena chiarezza dei fatti.
Nel corso della conferenza stampa è stata richiamata anche l’interrogazione parlamentare presentata sul caso, che evidenzia una serie di criticità emerse negli anni. Il punto, tuttavia, è molto semplice: quando muore un servitore dello Stato, il compito delle istituzioni non è quello di cercare scorciatoie o verità comode, ma di pretendere che ogni dubbio venga chiarito con rigore, serietà e trasparenza.
Non si tratta di sostituirsi alla magistratura, né di alimentare processi mediatici. Si tratta invece di affermare un principio che dovrebbe essere scontato in uno Stato di diritto: la verità non deve fare paura a nessuno. Anzi, deve essere cercata fino in fondo, soprattutto quando restano aperte domande così rilevanti.
Ho voluto ringraziare pubblicamente anche la collega Stefania Ascari, per il lavoro svolto e per aver contribuito a mantenere alta l’attenzione istituzionale su questa vicenda.
La questione non riguarda soltanto il dolore della famiglia di Fausto Dardanelli, che da anni chiede risposte. Riguarda anche la credibilità delle istituzioni. Perché uno Stato serio non teme la verità: la pretende. La pretende per rispetto della famiglia, dei cittadini e di chi ogni giorno indossa una divisa al servizio della collettività.
Il Parlamento ha il dovere di vigilare quando emergono zone d’ombra in casi tanto delicati. Non per interferire con il lavoro degli inquirenti, ma per fare in modo che nessuna domanda venga archiviata nel silenzio e che nessun dubbio venga trattato come un fastidio da rimuovere.
Su vicende come questa serve rispetto, serve prudenza, ma serve soprattutto una cosa: la volontà piena di arrivare alla verità.
