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Roma, 11 giugno 2026 – Sono intervenuto alla Camera sul decreto-legge n. 62/2026, il cosiddetto decreto sul “salario giusto”, presentando un ordine del giorno per chiedere al Governo misure concrete contro il lavoro povero e contro le disuguaglianze retributive.
Il punto politico è molto semplice: questo provvedimento parla di salario giusto, ma non introduce il salario minimo. Non stabilisce una soglia sotto la quale il lavoro diventa sfruttamento. Non dice che sotto una paga dignitosa lo Stato deve intervenire. Si limita, ancora una volta, a cambiare nome al problema.
In Aula ho detto che questo “salario giusto” rischia di essere come il “Panino Giusto”: bello il nome, elegante la confezione, magari anche caro il conto, ma alla fine chi ha fame resta con il problema di prima. E qui il conto lo pagano sempre gli stessi: i lavoratori poveri.
L’articolo 36 della Costituzione parla di una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare a ogni lavoratore un’esistenza libera e dignitosa. Non parla di slogan, di formule o di etichette. Per questo il Movimento 5 Stelle continua a sostenere una proposta chiara: salario minimo legale ad almeno 9 euro lordi l’ora.
Non si tratta di indebolire la contrattazione collettiva, come prova a raccontare la maggioranza. Al contrario: una soglia minima legale serve a impedire che qualcuno possa scendere sotto il livello della dignità. Poi la contrattazione deve fare di più, non di meno.
Il Governo continua a vantarsi dell’aumento dell’occupazione, ma evita la domanda fondamentale: quanti di questi lavoratori restano poveri? Quanti hanno un contratto ma non riescono a pagare affitto, bollette e spesa? Quanti giovani entrano nel mondo del lavoro sapendo già che lo stipendio non basterà per costruire un futuro?
Anche nel nostro territorio, tra Varese, Busto Arsizio, Gallarate, Saronno e il tessuto produttivo della provincia, il tema non è soltanto “avere un lavoro”. Il tema è avere un lavoro che permetta una vita dignitosa. Un territorio produttivo come il Varesotto non può fondare la competitività sulla compressione dei salari, ma su innovazione, qualità, formazione e valore aggiunto.
Con questo decreto, invece, il Governo rischia di fare l’opposto: invece di alzare i salari, cementifica il salario povero. Invece di mettere una soglia chiara, introduce formule. Invece di dare più soldi in busta paga, produce definizioni, codici, monitoraggi e rapporti annuali.
Strumenti che possono anche essere utili, ma che non rispondono alla domanda decisiva: quanto entra davvero in tasca al lavoratore a fine mese? Perché con i report non si paga il mutuo, con gli archivi non si fa la spesa e con il “salario giusto” scritto nel titolo di un decreto non si riempie il frigorifero.
C’è poi un altro punto grave: in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi, il decreto prevede un adeguamento solo parziale all’inflazione, pari al 30 per cento dell’IPCA. Tradotto: se il costo della vita aumenta, il lavoratore viene protetto solo in parte. Il resto della perdita lo paga lui. Altro che salario giusto: siamo davanti a un salario impoverito per legge.
È lo stesso metodo che vediamo su molti altri dossier. Sulle accise promettevano di cancellare tutto, poi non l’hanno fatto e sono andati avanti come se nulla fosse. Sul nucleare promettono risposte alle bollette di oggi con impianti che, nella migliore delle ipotesi, arriverebbero tra vent’anni. Ora sul lavoro chiamano “giusto” un salario che per troppi lavoratori resta ingiusto.
Con il mio ordine del giorno ho chiesto al Governo di adottare politiche salariali vere, capaci di contrastare il lavoro povero, ridurre le disuguaglianze retributive e garantire una più equa distribuzione della ricchezza prodotta.
Il lavoro non può essere povero. Se una persona lavora otto ore al giorno e resta povera, non è il lavoratore ad aver fallito: è il sistema economico che non funziona.
Noi continueremo a stare dalla parte di chi lavora e pretende dignità. Perché il salario non deve essere “giusto” solo nel titolo di un decreto: deve esserlo nella busta paga.
Roma, 4 giugno 2026 – In Aula alla Camera abbiamo assistito a una scena piuttosto significativa: la maggioranza ha stravolto l’ordine dei lavori e deciso una seduta notturna per accelerare l’approvazione della delega sul nucleare.
Una corsa improvvisa, quasi fosse un’emergenza nazionale. Ma la domanda è semplice: urgenza di cosa?
Questa legge non autorizza alcun impianto, non individua alcun sito, non costruisce alcuna centrale e non produce un solo chilowattora. Al contrario, concede al Governo tempo per decidere cosa fare nei prossimi anni. E anche nella migliore delle ipotesi, tra progettazione, autorizzazioni, ricorsi, cantieri e messa in esercizio, il primo chilowattora nucleare arriverebbe forse tra vent’anni.
Altro che emergenza: sembra piuttosto la necessità politica di piantare una bandierina propagandistica entro la settimana.
Durante la discussione generale e gli interventi sugli emendamenti e sugli ordini del giorno ho contestato una narrazione che non sta in piedi: il nucleare viene presentato come soluzione alle bollette, alla sicurezza energetica, alla competitività e alla decarbonizzazione. Peccato che tutti questi problemi esistano oggi, mentre il nucleare promesso dalla maggioranza appartiene a un futuro remoto.
Le famiglie pagano le bollette oggi. Le imprese competono oggi. La crisi energetica e industriale è oggi. Rispondere con una tecnologia che, se tutto andasse bene, vedremmo tra decenni significa non affrontare il problema reale.
In Commissione abbiamo ascoltato affermazioni sorprendenti: centrali costruibili in sei anni, impianti quasi a costo zero, tecnologie presentate come imminenti. Ma appena si passa dagli slogan ai numeri restano sempre gli stessi nodi: costi, tempi, scorie, sicurezza, dipendenza dall’estero per combustibile e tecnologie.
Il Movimento 5 Stelle non è contrario alla ricerca scientifica. Al contrario: abbiamo chiesto di sostenere università, centri di ricerca e formazione qualificata. Ma una cosa è la ricerca, altra cosa è costruire attorno a una promessa futura una nuova filiera di consulenze, incarichi, commissioni e interessi economici prima ancora di sapere se, dove e quando verranno realizzati gli impianti.
In Europa si investe su rinnovabili, accumuli, reti intelligenti e comunità energetiche: tecnologie che producono energia oggi, non nel 2045 o nel 2050.
Gli italiani hanno bisogno di meno propaganda sul nucleare del futuro e di più risposte sulle bollette del presente. Perché con i rendering non si alimentano le fabbriche e con gli annunci non si abbassano le bollette.
*Roma/Varese, 7 maggio* – “Sul nucleare il Governo Meloni predica compattezza, organizza vertici, promette accelerazioni, ma poi in Commissione non riesce nemmeno a garantire i voti su una propria proposta di nomina. Oggi, nelle Commissioni riunite Attività produttive e Ambiente della Camera, la maggioranza è andata sotto sulla proposta di nomina dell’ingegner Giorgio Graditi a componente della Consulta dell’ISIN, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione. Servivano 31 voti, ne sono arrivati 28. Tre voti mancanti: pochi sulla carta, tantissimi politicamente”.
Così l’On. *Antonio Ferrara, deputato varesino del **Movimento 5 Stelle* e componente della Commissione Attività produttive, commenta la bocciatura della proposta di nomina nelle Commissioni riunite.
“Devo essere sincero – aggiunge Ferrara – sono rimasto fino alla fine del riconteggio e all’inizio pensavo ci fosse stato un problema tecnico, un errore nel conteggio, una scheda interpretata male. Li vedevo ricontare più volte, sbigottiti, come quando al bar qualcuno scopre che il conto dell’ammazzacaffè è più salato del pranzo. Mai avrei immaginato che proprio la maggioranza, sul dossier che sbandiera ogni giorno come soluzione miracolosa, non riuscisse a trovare tre voti per sostenere una proposta arrivata dal Governo”.
Per Ferrara, il dato politico è evidente: “Il problema non è la figura tecnica dell’ingegner Graditi, il cui curriculum non è in discussione. Il problema è una maggioranza che sul nucleare fa propaganda a reti unificate, ma quando deve passare dagli slogan agli atti parlamentari si scioglie come neve al sole. Prima annunciano il grande ritorno dell’atomo, poi rinviano la legge delega; prima parlano di svolta energetica, poi mancano i pareri sugli emendamenti; prima convocano vertici Meloni-Salvini-Tajani, poi in Commissione mancano i numeri. Più che strategia energetica, sembra una centrale a corrente alternata: si accende solo davanti alle telecamere”.
Il deputato M5S sottolinea anche il riflesso territoriale per Varese e la Lombardia produttiva: “Nel nostro territorio le imprese, le famiglie, gli artigiani, il tessuto manifatturiero della provincia di Varese non hanno bisogno di favole lunghe 10 o 15 anni. Hanno bisogno oggi di energia a prezzi sostenibili, efficienza energetica, rinnovabili, comunità energetiche, reti più moderne, strumenti seri per ridurre i costi in bolletta. Invece il Governo continua a vendere il nucleare come se fosse una bolletta che si abbassa domani mattina. Peccato che, nel frattempo, le aziende paghino oggi, i cittadini paghino oggi, e le scelte industriali si facciano oggi”.
“Da mesi – prosegue Ferrara – assistiamo a una narrazione surreale: il Governo indica il nucleare come risposta allo shock energetico, ma la stessa legge delega procede tra rinvii e incertezze. E oggi arriva anche la bocciatura sulla nomina alla Consulta ISIN. Insomma, vogliono riaprire il capitolo nucleare in Italia, ma non riescono nemmeno a tenere insieme la maggioranza su una votazione preparatoria. Altro che nuova era dell’atomo: qui siamo alla vecchia arte del ‘vediamo domani’”.
Ferrara conclude: “Il Movimento 5 Stelle continuerà a battersi per una politica energetica concreta, pulita, rapida e utile a cittadini e imprese. Non servono annunci radioattivi, servono risposte verificabili. E oggi la maggioranza ha dato una prova plastica della propria inconsistenza: sul nucleare fanno i solenni, ma al primo voto vero restano senza corrente. Per una volta non si è spento il Paese: si è spenta la loro propaganda”.
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