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*DDL MARE, FERRARA (M5S): “LEGGE SENZA ROTTA, SENZA RISORSE E SENZA SCELTE. COSÌ NON SI AIUTANO NÉ IMPRESE NÉ AMBIENTE”*
Roma, 27 apr. – “Nell' intervento in discussione generale di venti minuti in Aula Ferrara ha analizzato nel merito il disegno di legge 2855 sulla cosiddetta ‘risorsa mare’. Ne emerge un quadro chiaro: siamo di fronte al classico provvedimento omnibus, dentro cui è stato inserito di tutto — diporto, porti, pesca, offshore, governance — ma senza una visione organica e senza una direzione politica riconoscibile.
Il mare meriterebbe una strategia vera. Qui invece abbiamo un collage normativo: grandi parole, ma poche scelte. Parlano di sviluppo, ma non mettono risorse. Parlano di sistema, ma non costruiscono una rotta.
E questo non è un tema distante dai territori come il nostro. Anche una provincia industriale come Varese è pienamente coinvolta nell’economia del mare: filiere manifatturiere, componentistica, meccanica, innovazione tecnologica, export. Se non si costruisce una strategia chiara a livello nazionale, anche le nostre imprese rischiano di rimanere agganciate a un sistema frammentato, senza visione e senza opportunità di crescita strutturata.
Senza risorse non si fa politica industriale, non si sostiene l’economia del mare e non si aiutano le imprese che competono davvero sui mercati. Quando lo Stato non decide, finiscono sempre per incidere di più i soggetti più forti, mentre piccole e medie imprese e interesse generale restano sullo sfondo.
Noi non siamo contrari a semplificare, soprattutto per le imprese. Ma quando la semplificazione tocca contesti ambientali delicati, serve equilibrio. Altrimenti diventa una scorciatoia che rischia di creare distorsioni anche nel mercato.
Il punto politico è semplice: questa legge non sceglie. Non sceglie tra sviluppo e sostenibilità, tra interesse pubblico e interessi organizzati. Prova a stare con tutti, ma così si finisce sempre per favorire chi ha più forza e più capacità di pressione.
Questa non è una legge sul futuro del mare. È una legge senza rotta. E senza rotta non si va lontano: né per l’ambiente, né per il sistema produttivo, né per il Paese”.
Così in Aula il deputato M5S Antonio Ferrara, durante la discussione generale sul disegno di legge per la valorizzazione della risorsa mare.
# **DL Sicurezza, Ferrara (M5S): “Più propaganda che sicurezza. Un decreto che certifica il fallimento del Governo Meloni”** **Roma, Camera dei deputati** – «Dopo quasi quattro anni di Governo, se si è ancora costretti a varare decreti d'urgenza sulla sicurezza significa che il problema non è stato risolto. Anzi, ogni nuovo decreto finisce per certificare il fallimento di quello precedente». Lo ha dichiarato in Aula il deputato del Movimento 5 Stelle **Antonio Ferrara**, intervenendo nella dichiarazione di voto sul decreto Sicurezza. «La sicurezza non si costruisce con gli slogan o con le conferenze stampa. È una politica strutturale che richiede investimenti, prevenzione, presenza dello Stato sul territorio e forze dell'ordine messe nelle condizioni di lavorare. Questo decreto, invece, è l'ennesimo provvedimento frammentato, scritto inseguendo la cronaca del momento anziché affrontare le cause dell'insicurezza». Ferrara ha criticato duramente alcune delle misure contenute nel provvedimento, a partire dal fermo preventivo fino a dodici ore. «Si introduce una limitazione della libertà personale sulla base di una presunta pericolosità, senza un immediato controllo del giudice. Ma c'è anche un enorme paradosso operativo: per trattenere una persona servono diversi agenti che vengono sottratti ai controlli sul territorio. Si toglie sicurezza reale per creare l'illusione della sicurezza». Nel mirino anche il nuovo meccanismo dell'annotazione preliminare. «Si crea una zona grigia in cui una persona non è formalmente indagata ma è comunque oggetto di un'indagine. Le garanzie della difesa diventano più deboli e cresce la discrezionalità. Questo non è garantismo, è l'esatto contrario». Il deputato del M5S ha poi contestato la scelta di limitare il gratuito patrocinio automatico nei procedimenti di espulsione. «Uno Stato forte non nega il diritto di difesa, soprattutto a chi è più fragile. La Costituzione non può diventare un principio da applicare solo quando è conveniente». Tra i passaggi più duri dell'intervento anche quello relativo all'incentivo economico previsto per gli avvocati che favoriscono il rimpatrio volontario dei propri assistiti. «Si arriva al punto di introdurre un interesse economico all'interno del rapporto tra difensore e assistito. È una logica che piega i diritti alle esigenze del momento e trasforma la difesa in una trattativa. Ci sono valori che non dovrebbero mai avere un prezzo». Ferrara ha inoltre denunciato la sproporzione di alcune pene introdotte dal decreto. «Il Governo costruisce un sistema in cui una rapina aggravata di gruppo può essere punita più severamente di una violenza sessuale di gruppo. Quando la politica interviene sul codice penale senza una visione organica produce norme sbilanciate, perde credibilità e trasforma la giustizia in propaganda». Critiche anche all'ampliamento dei Daspo urbani e all'utilizzo di concetti giuridici generici. «Quando una norma utilizza espressioni vaghe come "comportamenti molesti" o "pericolo concreto", il rischio è che diventi un elastico interpretativo che finisce sempre per colpire i più deboli. Uno Stato che non si fida dei propri cittadini e risponde solo con nuovi divieti dimostra la propria debolezza, non la propria forza». Sul fronte delle risorse, Ferrara ha evidenziato quella che definisce una delle principali contraddizioni del provvedimento. «Il decreto continua a moltiplicare obblighi, reati e funzioni, ma lo fa senza prevedere nuove risorse. Mancano migliaia di operatori delle forze dell'ordine, mancano strumenti e presìdi, eppure il Governo continua a preferire gli annunci agli investimenti. È molto più facile inventare un nuovo reato che assumere nuovo personale». Il parlamentare pentastellato ha concluso con un duro attacco politico alla maggioranza. «Questo decreto non rappresenta un modello di sicurezza, ma il simbolo di una politica incapace di affrontare i problemi reali. Dopo quattro anni di Governo continuate ad alimentare la paura anziché risolvere le cause dell'insicurezza. Avete riempito il codice penale perché non siete stati capaci di riempire le strade di Stato; avete moltiplicato i divieti perché non siete stati capaci di moltiplicare le soluzioni. La paura può portare qualche titolo di giornale o qualche punto nei sondaggi, ma non rende più sicuro il Paese. Per questo il Movimento 5 Stelle ha espresso voto contrario: noi continuiamo a scegliere la sicurezza vera, fondata sullo Stato di diritto, sulla prevenzione e sulla tutela dei diritti, non sulla propaganda».
Roma, 27 aprile – Nel mio intervento in discussione generale alla Camera dei deputati, durato oltre venti minuti, ho analizzato nel merito il disegno di legge 2855 sulla cosiddetta “valorizzazione della risorsa mare”.
Il quadro che emerge è chiaro: siamo davanti al classico provvedimento omnibus, dentro cui è stato inserito di tutto — diporto, porti, pesca, offshore, governance, isole minori — ma senza una visione organica e senza una direzione politica riconoscibile.
Il mare meriterebbe una strategia vera, chiara, finanziata e coerente. Qui invece abbiamo un collage normativo: grandi parole, molte materie accorpate e poca sostanza. Il Governo parla di sviluppo, ma non mette risorse. Parla di sistema, ma non costruisce una rotta.
Questo non è un tema distante dai territori come il nostro. Anche una provincia industriale come Varese è pienamente coinvolta nell’economia del mare: filiere manifatturiere, componentistica, meccanica, innovazione tecnologica, export. Se non si costruisce una strategia nazionale seria, anche le nostre imprese rischiano di rimanere agganciate a un sistema frammentato, senza visione e senza opportunità di crescita strutturata.
Senza risorse non si fa politica industriale, non si sostiene l’economia del mare e non si aiutano le imprese che competono davvero sui mercati. Quando lo Stato non decide, finiscono sempre per incidere di più i soggetti più forti, mentre piccole e medie imprese e interesse generale restano sullo sfondo.
Noi non siamo contrari a semplificare, soprattutto per le imprese. Ma quando la semplificazione tocca contesti ambientali delicati, serve equilibrio. Altrimenti diventa una scorciatoia che rischia di creare distorsioni anche nel mercato.
Il punto politico è semplice: questa legge non sceglie. Non sceglie tra sviluppo e sostenibilità, tra interesse pubblico e interessi organizzati. Prova a stare con tutti, ma così si finisce sempre per favorire chi ha più forza e più capacità di pressione.
Questa non è una legge sul futuro del mare. È una legge senza rotta. E senza rotta non si va lontano: né per l’ambiente, né per il sistema produttivo, né per il Paese.
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