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059-2527 Antonio Ferrara - M5S Camera - Intervento misure urgenti comparto produttivo in Aula 30_07_2025

l’intervento del 30 luglio 2025, seduta Camera n. 520, discussione generale sul DL n. 92/2025 – Misure urgenti di sostegno ai comparti produttivi, A.C. 2527.

Onorevole Presidente, colleghi,

quando si parla di misure urgenti per i comparti produttivi ci si aspetta, come minimo, una visione, una strategia, un piano.

Invece, ci troviamo di fronte, per l'ennesima volta, a un decreto-tampone, un collage di norme che assomiglia più a un patchwork di emergenze che a una politica industriale per il Paese.

Prendiamo il caso dell'Ilva, o meglio, dell'ennesimo capitolo dell'interminabile romanzo industriale di Taranto.

Il Governo ha avuto l'audacia o, forse, sarebbe meglio dire la faccia tosta, di definire “sostegno produttivo” l'ennesimo finanziamento da 200 milioni di euro destinato a un'azienda commissariata, senza un piano industriale degno di questo nome e con una prospettiva occupazionale sempre più fumosa.

E, riferito al Ministro Urso, sa qual è la differenza tra una cura e l'accanimento terapeutico?

La cura ha una prospettiva, l'accanimento è solo disperazione mascherata da operatività.

Avete cancellato persino il vincolo dell'idrogeno verde come condizione per produrre il preridotto.

Avete fatto sparire dal testo ogni riferimento alle fonti rinnovabili, proprio voi che andate in giro a parlare di acciaio green, una definizione talmente abusata da essere diventata un ossimoro: è come dire “carbone pulito”, un'illusione buona solo per gli slogan.

La realtà è ben diversa, la decarbonizzazione è finita nel dimenticatoio e, con essa, l'intero disegno di transizione ecologica della siderurgia italiana.

Il caso DRI d'Italia, la società costituita da Invitalia per gestire l'impianto di preridotto a Taranto, è l'emblema del vostro fallimento: prima finanziato dal PNRR, guarda caso tagliato fuori dall'Europa, e allora l'escamotage: rifinanziamento con il Fondo per lo sviluppo e la coesione.

È come dire: se l'Europa ci boccia, noi cambiamo nome al progetto e tiriamo dritto.

Sempre riferito al Ministro Urso e alla Presidente Meloni, vorrei far sapere che cos'è la vostra coesione: è quella tra le parole e i fatti, e qui di coeso c'è solo il divario tra ciò che dite e ciò che fate.

Ci avete raccontato che questo Governo avrebbe finalmente ridato dignità all'industria italiana e, invece, abbiamo una ex Ilva sempre più svuotata, svenduta, commissariata senza una visione, senza bonifica e senza futuro.

L'unica cosa certa è che continueranno ad uscire milioni di euro pubblici.

I risultati?

Ancora avvolti nel fumo nero che ogni giorno esce dai camini di Taranto.

E non chiamatelo investimento, perché un investimento produce valore, qui si producono solo debiti, inquinamento e illusioni.

Veniamo al contesto più ampio.

Il decreto si intitola “Misure urgenti per i comparti produttivi”: ma dove sono queste misure?

In quale punto esatto il Governo affronta in maniera strutturale la crisi della manifattura italiana?

Forse tra le pieghe dell'articolo 1-bis, dove si tenta maldestramente di incentivare il credito per l'area di Piombino, ma lo si fa, come al solito, con una norma scritta in “giuridichese”, che tutela più i futuri creditori ipotecari che i cittadini del territorio.

E l'idrogeno?

Dove sta il tanto decantato idrogeno verde diventato il nuovo mantra del Ministro Urso?

Forse nel passaggio in cui, per agevolare le gare, avete rimosso persino il requisito che fosse prodotto da fonti rinnovabili.

Complimenti, siete riusciti a inventare l'idrogeno verde e grigio: un'invenzione tutta italiana che la Commissione europea sicuramente ci invierà per creatività.

Ma la verità è che vi siete piegati, ancora una volta, agli interessi di pochi, lo si capisce bene dal modo in cui continuate a svendere pezzi di industria pubblica, a trattare il nostro patrimonio industriale come un ostacolo, invece che come un valore da difendere.

Altro che sovranità economica!

E non lo diciamo solo noi del gruppo MoVimento 5 Stelle: lo dicono i numeri, lo dice l'andamento della produzione industriale, in calo da 29 mesi consecutivi e lo dicono le 285.000 aziende che hanno chiuso nel 2024.

Ma voi preferite parlare di rilancio: un rilancio fatto di conferenze stampa, non di cantieri aperti.

Tutto questo mentre l'Europa ci condanna per le violazioni ambientali a Taranto e in altro, mentre i dati dell'ARPA e dell'ISPRA continuano a segnalare livelli di inquinamento incompatibili con la vita e mentre la città di Taranto aspetta bonifiche che non arrivano e i suoi cittadini muoiono per un diritto negato: quello della salute.

E allora mi viene da chiedersi: cosa ci vuole?

Perché questo Governo non si prende la responsabilità di dire la verità?

Di riconoscere il fallimento della strategia industriale su Ilva?

Di ammettere che i soldi pubblici non bastano più a coprire le mancanze di privati?

In tutto questo ci vengono a dire serve tempo, che le trattative sono complesse e che è una questione tecnica.

Ma ci spieghino una cosa: com'è che quando si tratta di riarmare il Paese si trovano 10 miliardi in un attimo, mentre per salvare il comparto strategico, come l'acciaio italiano, servono anni di decreti e rinvii di finanziamenti a pioggia?

Forse, perché le armi non pongono domande, l'acciaio sì.

L'acciaio obbliga a scegliere da che parte stare, con quale idea di futuro, con quale alleanza e con quali regole.

E, voi, cari colleghi della maggioranza, avete scelto: avete scelto di tenere in piedi questo stabilimento con respirazione artificiale, ma senza il cuore industriale; avete scelto di chiamare riconversione quella che è a tutti gli effetti una svendita; avete scelto di sbandierare una transizione ecologica che non c'è, mentre depotenziate ogni vincolo ambientale.

Parlate di Accordo di programma.

Benissimo.

Ma sapete quante volte si è parlato di accordi sul futuro di Taranto?

Talmente tante che oggi l'unico vero programma rimasto è quello della sopravvivenza quotidiana degli operai, dei cittadini, dei bambini che respirano polveri sottili, mentre lo Stato firma altri prestiti.

Ecco, questo non è un decreto sul sostegno dei comparti produttivi, è un testamento.

È il testamento della vostra incoerenza, la certificazione di un Governo che non riesce a decidere, non riesce a progettare e non riesce a guardare oltre il proprio naso elettorale.

Onorevoli colleghi, chiudo con un invito alla maggioranza: abbiate almeno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Non parlate più di transizione green, se, nel frattempo, tagliate fuori le rinnovabili.

Non parlate più di sovranità industriale, se, poi, consegnate pezzi strategici del Paese a operatori stranieri.

E, soprattutto, non veniteci a parlare di sostegno alle imprese, se l'unico settore che vediamo crescere con costanza è quello dei finanziamenti opachi e delle conferenze stampa.

Perché mentre voi sorridete nei salotti della propaganda o, forse, dovrei dire marketing, a Taranto, si continua a morire e lo Stato, lo Stato, resta complice, complice e silenzioso.