Video Interventi in aula
009-1930 Antonio Ferrara - M5S Camera - Intervento materie prime critiche di interesse strategico in Aula 30_07_2024
**discussione sulle linee generali del decreto-legge n. 84/2024, A.C. 1930-A, sulle materie prime critiche di interesse strategico.
Grazie, Presidente.
Onorevoli colleghi, ci troviamo oggi a discutere di un tema di estrema importanza per il futuro del nostro Paese e dell’intera Unione europea: la gestione delle materie prime critiche.
Questo tema è centrale non solo per il nostro sviluppo economico, ma anche per la nostra capacità di affrontare le sfide globali, come la crisi climatica e i conflitti internazionali.
La situazione che viviamo è drammatica e complessa e richiede una risposta articolata e lungimirante, che il Governo di centrodestra, con il decreto-legge n. 84 del 2024, non è riuscito a fornire.
Il contesto in cui ci troviamo è caratterizzato da emergenze globali che mettono a dura prova i Paesi al centro di queste crisi.
La crisi climatica sta accelerando, con effetti devastanti sull’ambiente e sulla società: gli eventi meteorologici estremi, l’innalzamento del livello del mare e la perdita della biodiversità sono solo alcune delle conseguenze che stiamo già affrontando.
A questo si aggiungono i conflitti internazionali, che destabilizzano intere regioni, aggravano le crisi umanitarie e creano interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali.
In questo scenario, il tema delle materie prime critiche assume un’importanza strategica.
Le materie prime critiche sono indispensabili per l’economia dell’Unione europea e per una vasta gamma di tecnologie necessarie per i settori strategici, come l’energia rinnovabile, il digitale, l’aerospaziale e la difesa.
Tuttavia, l’Europa è storicamente dipendente dall’importazione di queste materie, il che la rende vulnerabile a interruzioni nelle forniture e a fluttuazioni dei prezzi.
Per far fronte a questa sfida, la Commissione europea ha emanato, nel marzo scorso, il Critical Raw Materials Act, CRMA, un regolamento che fissa obiettivi al 2030 per garantire che l’Unione europea possa contare su catene di valore forti, resilienti e sostenibili per le materie prime critiche.
Il CRMA si propone di rafforzare tutte le fasi della catena del valore delle materie prime critiche europee, diversificare le importazioni per ridurre le dipendenze strategiche, migliorare le capacità di monitorare e mitigare i rischi di interruzioni nella fornitura e migliorare la circolazione e la sostenibilità.
Questi obiettivi sono essenziali per garantire la competitività dei settori produttivi a livello nazionale.
Il Governo italiano, con il decreto-legge in esame, intende attuare il CRMA, riconoscendo il preminente interesse nazionale nell’approvvigionamento delle materie prime critiche e stabilendo criteri uniformi per la tempestiva realizzazione dei progetti strategici di estrazione, trasformazione o riciclaggio di queste materie.
Tuttavia, le misure adottate rappresentano un intervento parziale, una toppa che non affronta in modo organico e strutturato le necessità del settore.
Le risorse stanziate dal decreto non sono del tutto sufficienti per i compiti che esso dispone.
Come indicato dal dossier parlamentare, le misure urgenti adottate rappresentano comunque un intervento parziale, volto a perseguire gli obiettivi nelle more di una disciplina organica del settore delle materie prime critiche.
Tale formulazione non appare del tutto chiara e sembrerebbe riconducibile al comma 2 dell’articolo 1, che si prefigge la definizione di criteri uniformi per la tempestiva realizzazione dei progetti strategici di estrazione, trasformazione o riciclaggio delle materie prime strategiche.
Inoltre, le risorse stanziate sono del tutto insufficienti per lo svolgimento di questa attività di indagine e di esplorazione necessaria per l’elaborazione del programma.
Proprio secondo ISPRA, con le risorse attualmente disponibili si potrebbe realizzare solamente una parte del programma, individuando una ventina di aree sulle quaranta indicate dal decreto.
Appare, quindi, inadeguato e privo di una visione di lungo termine.
Esso interviene anche su altri aspetti che non riguardano il regolamento dell’Unione europea e che non necessiterebbero dell’urgenza disposta con decreto.
Durante l’esame in Commissione e dall’ascolto degli auditi sono emerse contraddizioni e criticità che hanno fornito elementi sostanziali per l’elaborazione di proposte migliorative del testo del decreto, altrimenti inattuabile.
Ad esempio, sono stati sollevati elementi critici rispetto alla tipologia di governance introdotta, al ridimensionamento del ruolo e del coinvolgimento degli enti locali e territoriali nelle procedure e all’assenza di garanzie per la tutela della salute e dell’ambiente delle popolazioni coinvolte dall’attività.
La governance delle materie prime critiche in Italia deve essere riconsiderata.
Attualmente il decreto attribuisce all’ISPRA il compito di elaborare un nuovo programma di esplorazione mineraria nazionale, individuando le aree più promettenti e il potenziale minerario.
Tuttavia, come già detto, le risorse sono del tutto insufficienti per completare tutte le iniziative.
Secondo i dati ISPRA, solo una parte del programma potrà essere realizzata con le risorse attuali. Quindi necessitano risorse aggiuntive.
Sempre nell’audizione tenuta da ISPRA è emersa la necessità di recuperare ulteriori risorse rispetto a quelle già messe a disposizione, ossia 3,5 milioni per gli anni 2024 e 2025, su 14 milioni necessari, come stimati da dati ISPRA.
Questo significa che, con le risorse attualmente stanziate, si potrebbe realizzare solamente una parte del programma, individuando solo alcune delle aree indicate.
Inoltre, ISPRA ritiene improbabile, considerati gli adempimenti necessari, presentare il programma di ricerca entro il termine indicato del 15 maggio 2025.
Ad oggi, in Italia esiste una mappatura accurata dello stato dell’arte delle materie prime critiche, ma purtroppo è datata e risale a diversi anni fa.
Questa mappatura non è puntuale sull’indicizzazione delle disponibilità di questi materiali, che spesso si trovano come sottoprodotti o prodotti secondari rispetto a quelli che erano finora tradizionalmente tipici dei prodotti minerari.
È quindi fondamentale aggiornare e completare questa mappatura, tenendo conto anche delle potenzialità che possono essere ricavate dalle azioni dell’economia circolare e da politiche di riduzione dei consumi.
Solo dopo avere individuato le potenzialità delle materie prime critiche, considerando anche ciò che può essere ricavato dalle azioni dell’economia circolare e da politiche di riduzione dei consumi, è possibile mettere in campo processi estrattivi che siano efficienti da un punto di vista economico, ambientale e sociale.
Questo è necessario per creare le condizioni perché le aziende possano investire in modo sostenibile.
Tuttavia, il decreto-legge n. 84 del 2024 procede in modo frettoloso, senza un’analisi complessiva sui potenziali delle materie prime critiche e strategiche, e individua già le disposizioni per disciplinare i titoli necessari all’estrazione dei materiali critici strategici, senza riconoscere nelle procedure il ruolo attivo degli enti territoriali e delle popolazioni interessate.
Inoltre, il decreto limita l’applicazione delle forme di tutela sanitaria e ambientale, sollevando forti dubbi di legittimità in relazione alla sua conformità rispetto alla normativa europea e mostrando di non comprendere pienamente la natura e le potenzialità delle valutazioni ambientali.
Il decreto è carente anche negli aspetti che riguardano le metodiche di economia circolare, la sostituzione dei materiali critici e la riprogettazione industriale dei prodotti.
Questi elementi devono essere alla base per la fornitura dei materiali indispensabili per il nuovo modello di sviluppo decarbonizzato e digitale.
Sebbene sia ovvia e imprescindibile la necessità di disaccoppiare la crescita dell’economia dall’uso delle risorse tramite il ricorso alle metodiche di economia circolare, bisogna prendere atto che siamo molto lontani da questo obiettivo e che la domanda di risorse minerarie globali continuerà a crescere per soddisfare i bisogni dei Paesi in via di sviluppo.
Un problema globale come quello delle materie prime può essere mitigato anche cercando collaborazioni strategiche con altri Paesi produttori, cercando di limitare l’acquisizione da produzioni basate su miniere dove lo sfruttamento, anche minorile, la coercizione, la corruzione, il controllo di bande armate e nessun rispetto per le condizioni ambientali non sono l’eccezione, ma la regola.
Anche su tali aspetti, il decreto non è intervenuto.
Per diverse materie prime strategiche definite dall’Unione europea, le aspettative di recupero sono decisamente inferiori, sia per il minor uso in passato sia per la carenza impiantistica e tecnologica necessaria.
Ovviamente, l’economia circolare implica non solo un riciclo, ma anche e soprattutto un utilizzo più efficiente e intelligente delle materie prime, la possibilità di disporre di apparecchiature che possano essere riparate e riutilizzate e la necessità di fare azioni per ridurre la produzione dei rifiuti.
Se non si rallenta la produzione, il ricorso all’estrazione sarà di fatto ancora più necessario e imperante nei prossimi decenni.
Nell’ambito di questa strategia, un ruolo significativo viene attribuito al recupero e al riciclo, da cui dovrebbe derivare il 25 per cento del fabbisogno europeo di materie prime strategiche.
Si tratta, in sostanza, di recuperare dalle apparecchiature esistenti questi materiali, che possono essere utilizzati per nuove apparecchiature.
Mi riferisco ai rifiuti derivanti da dispositivi elettronici ed elettrici, dal riciclo delle batterie, dai catalizzatori esausti e anche dai pannelli fotovoltaici e dagli aerogeneratori.
Si tratta di un’ampia gamma di apparecchiature dalle quali, attraverso processi tecnologici tipicamente chimici, è possibile recuperare materiali come rame, nichel, cobalto, litio, terre rare e silicio, ovvero tutti quei materiali utili per le apparecchiature elettriche che supportano la transizione energetica.
Riteniamo cruciale includere anche i progetti che si occupano della produzione e della diffusione di materiali alternativi, in grado di sostituire queste materie prime nelle tecnologie strategiche.
Investire nella ricerca e nello sviluppo di materiali alternativi rafforzerebbe la sicurezza dell’approvvigionamento e promuoverebbe anche l’innovazione e la sostenibilità delle nostre tecnologie e delle politiche industriali e ambientali.
Per esempio, lo sviluppo di batterie al sale come sostituto al litio, in cui l’Italia potrebbe diventare leader mondiale.
Secondo l’Osservatorio italiano materie prime critiche energia, OIMCE, appaiono promettenti le prospettive di recupero da batterie, catalizzatori, aerogeneratori e pannelli fotovoltaici.
Anche considerando il caso italiano, ritenuto tra i più virtuosi di quelli europei, le elaborazioni di The European House-Ambrosetti prevedono che al 2040 il riciclo possa soddisfare, a seconda degli investimenti impiantistici, dal 20 al 32 per cento del fabbisogno nazionale di materie prime strategiche.
Questo è un valore importante che necessita di misure e investimenti adeguati, che la maggioranza avrebbe potuto affrontare in questo provvedimento, dando priorità e maggiore attenzione.
Nell’ambito della governance delle materie prime, è importante ed è interessante la posizione sollevata dai rappresentanti del Ministero della Difesa, che ritengono necessario, al fine di garantire la sicurezza del Paese, offrire per le loro attività una sorta di prelazione per l’accesso alle materie prime critiche strategiche.
In una logica di mercato, queste verrebbero offerte al miglior acquirente, mettendo in pericolo la capacità di approvvigionamento per la sicurezza del Paese, con il rischio di non poter accedere a queste risorse o di doverle acquistare a costi eccessivi.
Questo è un altro esempio di come il decreto non riesca a garantire una gestione oculata e strategica delle materie prime critiche.
Considerando come inevitabile il ricorso alle miniere per un periodo di tempo abbastanza lungo, diventa fondamentale operare per garantire che le attività estrattive siano compatibili e rispettose dei bisogni della popolazione coinvolta.
In particolare, devono garantire la tutela della salute e dell’ambiente del territorio interessato, così come disposto dal regolamento europeo.
È necessario, quindi, approfondire e lavorare alla disposizione di criteri ambientali e sociali che tutelino tali beni fondamentali.
Tuttavia, il decreto-legge non disciplina con cura la tutela ambientale, che appare semplificata anche dall’articolo 2 che, al comma 3, dettaglia le disposizioni sul riconoscimento dei progetti strategici, prevedendo che questi assumano la qualità di progetto pubblico di interesse nazionale e che le opere e gli interventi necessari alla loro realizzazione siano di pubblica utilità, indifferibili e urgenti.
Tuttavia, omette totalmente di considerare, secondo il regolamento UE 2024/1252, che la dichiarazione di pubblica utilità è subordinata al rispetto degli obblighi ambientali in materia di VIA, di VIncA, relativi alle acque, alla salute e alla sicurezza pubblica, nonché al ripristino degli ecosistemi terrestri, costieri e di acqua dolce.
Questa noncuranza si riflette anche nella dimensione procedimentale, dove non si tiene adeguatamente conto delle tempistiche incomprimibili della valutazione di impatto ambientale.
Nella descrizione del procedimento da seguire per il rilascio dei titoli abilitativi all’estrazione, articolo 3, per la realizzazione dei progetti di riciclaggio, articolo 4, e per la trasformazione, articolo 5, di materie prime critiche strategiche, infatti, si omette di considerare che le tempistiche previste non comprendono il procedimento di valutazione di impatto ambientale.
Questo è un elemento fondamentale, poiché i tempi del procedimento e di valutazione dell’impatto ambientale sono funzionali allo svolgimento di un’approfondita verifica tecnica dell’impatto di tali attività, nonché a considerare i giusti tempi procedimentali per lo svolgimento della fase di partecipazione pubblica, che non può in ogni caso essere compressa, a maggior ragione in relazione alle attività che avranno un alto impatto sul territorio.
Se, in relazione al rilascio dei titoli abilitativi per l’estrazione e per la realizzazione dei progetti di riciclaggio, tale profilo viene completamente omesso, lasciando emergere problemi di coordinamento con il procedimento di valutazione di impatto ambientale, per l’autorizzazione di progetti strategici e per la trasformazione di materie prime critiche, come descritto dall’articolo 5, sembra ricomprendere anche la VIA, non tenendo adeguatamente conto della necessità e delle tempistiche più ampie.
Tra gli aspetti che segnaliamo vi è anche l’assenza di una disciplina del provvedimento che riguardi la dismissione e il ripristino ambientale dei siti e delle infrastrutture impiegate al termine delle attività.
Questo è un aspetto fondamentale per garantire che le attività estrattive non lascino un’eredità di degrado ambientale per le future generazioni.
Abbiamo richiesto di inserire una disciplina specifica tramite un emendamento, ma non abbiamo avuto una risposta positiva.
In merito alla possibilità di sviluppare progetti di estrazione in mare, chiediamo al Governo e alla maggioranza di riconsiderare questa scelta.
Evitiamo di distruggere il mare.
Secondo le disposizioni contenute nel decreto, l’estrazione mineraria è vincolata a una carta mineraria.
Su questo aspetto ISPRA chiede cautela, consigliando che sia meglio parlare di progetti di ricerca a mare, piuttosto che di estrazione a mare, considerata la problematica estremamente complessa, discussa a livello internazionale e che suscita parecchie opposizioni.
Teniamo presente che ISPRA, nell’audizione, ha riferito che non saranno eseguite campagne di ricerca mineraria di area mare per mancanza delle risorse necessarie.
Inoltre, l’argomento ha una portata internazionale.
Attualmente, le aziende italiane potenzialmente interessate alle estrazioni minerarie degli abissi non hanno specifiche politiche sul deep sea mining; anzi, alcune guardano con interesse all’avvio di questa nuova forma di sfruttamento delle risorse naturali.
Fincantieri è l’azienda italiana più propensa a svilupparla, tanto da aver sottoscritto, negli ultimi anni, sia con Saipem sia con Leonardo, accordi di collaborazione per le attività estrattive sui fondali.
A rivelarlo è una nuova indagine di Greenpeace, diffusa nei giorni scorsi, proprio nella giornata in cui a Kingston, in Giamaica, sono iniziati i lavori dell’International Seabed Authority, ISA, l’autorità internazionale che deve regolamentare le estrazioni minerarie negli abissi.
In questa sede si discuteranno misure di protezione dei mari.
L’organizzazione ambientalista ha realizzato una mappatura di tredici aziende interessate alle materie prime critiche, dalla difesa all’elettronica, dall’automotive al navale, dagli accumulatori alle batterie, fino alle società specializzate nei servizi di tecnologia subacquea.
Dall’analisi dei report e dalle dichiarazioni di sostenibilità è emerso che nessuna di queste aziende – Fincantieri, Saipem, Leonardo, MSC Crociere, STMicroelectronics, Energy Spa, FAAM, Trienergia, Stellantis, Alkeemia, Gaymarine, Drass e Cabi Cattaneo – ha politiche specifiche sul deep sea mining.
Una situazione in netto contrasto con quanto avviene nel resto del mondo, dove grandi aziende come Google, BMW, Volvo e Renault hanno già preso posizione contraria allo sviluppo del deep sea mining.
Prima di avviare un’attività in merito è opportuno, quantomeno, attendere la regolamentazione dell’ISA, da poco istituita per l’estrazione mineraria negli abissi.
Il provvedimento ridimensiona, inoltre, il ruolo dei comuni e delle regioni, che sono coinvolti nell’attività di estrazione e ricerca delle materie prime critiche, in alcune fasi anche in modo diretto.
Le procedure individuate ridimensionano le competenze degli enti locali, senza offrire un corretto riconoscimento dei ruoli e dei rapporti tra gli enti che partecipano alla tutela e alla salvaguardia delle popolazioni coinvolte e interessate dai progetti.
Tali aspetti emergono anche nell’ambito delle compensazioni territoriali, quantificate in modo non proporzionale rispetto agli impatti che i territori dovranno subire dalle attività.
In merito, abbiamo presentato diverse proposte, che auspichiamo trovino consenso nella maggioranza.
In conclusione, il decreto-legge n. 84 del 2024, così come concepito, è insufficiente e inadeguato.
Invito il Governo e la maggioranza a rivedere profondamente il provvedimento, ascoltando le critiche costruttive emerse durante l’esame in Commissione.
Solo attraverso un approccio veramente organico e sostenibile potremo garantire la sicurezza e il benessere delle nostre comunità, proteggere l’ambiente e assicurare un futuro prospero per il nostro Paese.
Le sfide che ci attendono sono enormi, ma con una visione chiara e una gestione responsabile delle risorse potremo affrontarle con successo.
Purtroppo, per affrontare le sfide legate alle materie prime critiche, il decreto-legge è viziato da numerose incongruenze e mancanze che ne compromettono l’efficacia.
Il rifiuto sistematico degli emendamenti proposti dimostra una chiara volontà del Governo di favorire interessi particolari, trascurando la sostenibilità, la tutela ambientale e la partecipazione delle comunità locali.
Un Governo che si definisce del fare dovrebbe, invece, fare per tutti e non solo per le imprese amiche.
