Video Interventi in aula

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Intervento in Aula 20_11_2025”. Il contesto corretto è la seduta Camera n. 570 del 20 novembre 2025, durante la discussione generale sul disegno di legge A.C. 2655 – Semplificazione e digitalizzazione dei procedimenti in materia di attività economiche e servizi.

Grazie, Presidente.

Colleghi, colleghe,

oggi discutiamo un disegno di legge che, nel titolo, promette una cosa molto bella: semplificazione e digitalizzazione dei procedimenti in materia di attività economiche e di servizi a favore dei cittadini e delle imprese.

Un titolo rassicurante.

Un titolo moderno.

Un titolo che sembra dire: finalmente rendiamo la pubblica amministrazione più efficiente, più veloce, più vicina ai cittadini e alle imprese.

Peccato che, entrando nel testo, la promessa inizi subito a scricchiolare.

Perché questo disegno di legge non nasce davvero per aiutare il cittadino.

Non nasce davvero per liberare le imprese sane dalla burocrazia inutile.

Nasce, piuttosto, per liberare il potere dai controlli.

E questa è una differenza enorme.

Perché semplificare non significa togliere garanzie.

Digitalizzare non significa spostare online gli stessi problemi di prima.

Accelerare non significa rendere più difficile controllare chi deve essere controllato.

Noi del MoVimento 5 Stelle non siamo contrari alla semplificazione.

Anzi, siamo i primi a dire che cittadini, professionisti, artigiani, commercianti, piccole e medie imprese hanno bisogno di una pubblica amministrazione più semplice, più rapida, più comprensibile.

Chi lavora ogni giorno, chi apre un’attività, chi investe, chi manda avanti una piccola impresa, sa benissimo quanto possa essere pesante un procedimento amministrativo lento, opaco, ripetitivo.

Il problema, però, è un altro: qui la semplificazione viene usata come parola magica per coprire una scelta politica precisa.

Ridurre controlli.

Accorciare tempi di verifica.

Trasformare il silenzio della pubblica amministrazione in assenso.

Comprimere gli spazi di intervento pubblico.

E alla fine lasciare più margine a chi è già forte, già strutturato, già vicino ai tavoli che contano.

Presidente, questo testo viene raccontato come una riforma moderna, ma in molti passaggi somiglia a una vecchia scorciatoia.

Si dice: meno burocrazia.

Ma poi si scrive: meno controllo.

Si dice: più efficienza.

Ma poi si produce più incertezza.

Si dice: più digitale.

Ma poi manca una vera interoperabilità tra le banche dati pubbliche.

E allora diciamolo chiaramente: se la pubblica amministrazione non dialoga con sé stessa, non basta mettere un portale online per parlare di digitalizzazione.

Se un cittadino deve inserire dieci volte gli stessi dati in dieci sistemi diversi, non è digitalizzazione.

È burocrazia con la password.

Se una piccola impresa deve continuare a caricare documenti che lo Stato già possiede, non è innovazione.

È il vecchio modulo di carta travestito da piattaforma.

E questo è il primo grande limite del provvedimento: parla di digitale, ma non costruisce una vera amministrazione digitale.

Perché la digitalizzazione vera richiede banche dati interoperabili, procedure semplici, identità digitale stabile, accessibilità per tutti, personale formato, piattaforme funzionanti e responsabilità chiare.

Altrimenti non si semplifica nulla.

Si sposta solo il problema dallo sportello fisico allo sportello digitale.

Prima facevi la fila davanti all’ufficio, oggi la fai davanti a una schermata che si blocca.

E la maggioranza la chiama modernizzazione.

Complimenti: siamo passati dalla coda allo sportello alla coda davanti al caricamento infinito.

Ma c’è un punto ancora più grave.

Questo testo interviene sulla capacità della pubblica amministrazione di correggere i propri errori.

Si riducono i tempi per l’annullamento d’ufficio.

Si restringe lo spazio entro cui l’amministrazione può intervenire per rimuovere un atto illegittimo.

E allora la domanda è semplice: a chi giova davvero questa riduzione?

Giova al cittadino fragile, che spesso nemmeno conosce i propri diritti?

Giova alla piccola impresa che scopre troppo tardi di essere stata penalizzata da una procedura sbagliata?

Giova ai territori che subiscono decisioni affrettate?

Oppure giova a chi vuole consolidare rapidamente un vantaggio, una concessione, un’autorizzazione, un titolo, prima che qualcuno possa verificare fino in fondo?

Perché qui non stiamo parlando di astratte procedure.

Stiamo parlando di atti amministrativi che incidono sulla vita reale: attività economiche, servizi, autorizzazioni, ambiente, salute, territorio, concorrenza, interessi pubblici.

E se lo Stato riduce troppo la propria capacità di correggere gli errori, il rischio è che l’errore diventi definitivo.

Il rischio è che l’illegittimità venga blindata dal tempo.

Il rischio è che la rapidità diventi una coperta sotto cui nascondere decisioni sbagliate.

La semplificazione vera dovrebbe aiutare chi rispetta le regole.

Qui, invece, troppo spesso sembra aiutare chi ha fretta di superarle.

E questa è una contraddizione politica enorme.

Perché la maggioranza ama parlare di legalità, merito, responsabilità, ordine.

Poi, quando si tratta di costruire norme che mantengano controlli efficaci, improvvisamente tutto diventa un intralcio.

L’ambiente è un intralcio.

La tutela della salute è un intralcio.

Il paesaggio è un intralcio.

I controlli amministrativi sono un intralcio.

Le garanzie sono un intralcio.

Sembra quasi che per questa maggioranza il problema dell’Italia non siano le rendite, non siano le disuguaglianze, non sia la burocrazia scritta male, non siano le piattaforme che non funzionano, non sia la mancanza di personale negli uffici pubblici.

No.

Il problema sarebbero i controlli.

È una visione molto comoda.

Soprattutto per chi vorrebbe muoversi senza troppi occhi addosso.

Presidente, semplificare non significa spegnere i semafori e poi vantarsi che il traffico scorre più veloce.

Certo che scorre.

Fino al primo incidente.

E qui il rischio è proprio questo: una semplificazione che corre, ma corre senza cinture, senza freni e senza sapere chi paga quando qualcosa va storto.

C’è poi il tema delle imprese.

Anche qui dobbiamo essere chiari.

Le imprese hanno bisogno di certezze.

Le piccole e medie imprese, gli artigiani, i commercianti, i professionisti, soprattutto nei territori produttivi come il Varesotto e la Lombardia, hanno bisogno di regole semplici e tempi prevedibili.

Ma non hanno bisogno di un sistema dove vince chi ha più consulenti.

Non hanno bisogno di una giungla digitale.

Non hanno bisogno di una pubblica amministrazione che scarica sui cittadini e sulle imprese la propria disorganizzazione.

Perché una piccola impresa non ha un ufficio legale interno.

Non ha un reparto compliance.

Non ha consulenti pronti a interpretare ogni comma.

Non può permettersi di passare settimane dietro procedure che cambiano, piattaforme che non parlano tra loro, moduli duplicati, richieste di integrazione, silenzi amministrativi e responsabilità scaricate.

Una legge seria sulla semplificazione dovrebbe partire da questo: mettere davvero sullo stesso piano chi è grande e chi è piccolo.

Invece, il rischio è l’opposto.

Il grande operatore, il soggetto strutturato, quello che conosce le scorciatoie, si muove meglio.

Il piccolo resta impantanato.

E allora la semplificazione diventa selettiva: veloce per chi è già forte, complicata per chi è già fragile.

E questa non è modernizzazione.

È amichettismo amministrativo.

È il Paese dei soliti noti che corre, mentre gli altri devono arrangiarsi tra credenziali, SPID, PEC, allegati, firme digitali, portali non interoperabili e uffici sotto organico.

La verità, Presidente, è che il Governo continua a confondere due cose diverse: la semplificazione dei procedimenti e l’indebolimento della funzione pubblica.

Noi siamo per semplificare i procedimenti.

Siamo per tagliare passaggi inutili.

Siamo per eliminare duplicazioni.

Siamo per ridurre i tempi morti.

Siamo per una pubblica amministrazione più efficiente.

Ma non siamo per smontare le garanzie.

Non siamo per trasformare il silenzio in automatismo cieco.

Non siamo per ridurre gli spazi di controllo.

Non siamo per lasciare soli cittadini e territori davanti a decisioni prese troppo in fretta.

Perché la pubblica amministrazione non è solo un ostacolo da aggirare.

È anche il luogo in cui si tutelano interessi pubblici essenziali.

La salute.

L’ambiente.

Il paesaggio.

La sicurezza.

La correttezza del mercato.

La tutela dei cittadini.

La legalità.

Se si indebolisce tutto questo, non si libera il Paese.

Si liberano i più forti.

E qui veniamo al punto politico.

Questa maggioranza ha costruito una narrazione molto semplice: noi siamo quelli del fare.

Solo che, ogni volta che si guarda dentro il “fare”, si scopre che spesso significa fare meno controlli, meno tutele, meno responsabilità pubblica.

È una politica dell’acceleratore sempre premuto.

Ma non basta andare veloci.

Bisogna sapere dove si sta andando.

E soprattutto bisogna sapere chi resta sotto quando la macchina passa.

Perché quando si semplifica male, il costo non lo paga chi ha ottenuto il vantaggio.

Lo paga il cittadino.

Lo paga il territorio.

Lo paga l’impresa corretta.

Lo paga chi non ha accesso ai canali giusti.

Lo paga chi scopre troppo tardi che una decisione sbagliata è diventata ormai intoccabile.

C’è poi una questione culturale.

Il Governo continua a raccontare la pubblica amministrazione come un nemico.

Ma una pubblica amministrazione debole non è una buona notizia per i cittadini.

Una pubblica amministrazione debole è una buona notizia per chi ha interesse a non essere controllato.

Il cittadino comune ha bisogno di uno Stato che funzioni.

L’impresa sana ha bisogno di uno Stato che garantisca regole uguali per tutti.

Il territorio ha bisogno di uno Stato che controlli prima, non che arrivi dopo a contare i danni.

E allora una vera riforma avrebbe dovuto investire sulle competenze della pubblica amministrazione.

Sulla formazione.

Sul personale.

Sull’interoperabilità.

Sulla qualità dei dati.

Sulla trasparenza degli algoritmi e delle piattaforme.

Sulla responsabilità dei procedimenti.

Sull’accessibilità digitale per chi non ha competenze informatiche avanzate.

Perché non tutti i cittadini sono ingegneri informatici.

Non tutti hanno un consulente.

Non tutti hanno tempo e strumenti per inseguire una procedura digitale costruita male.

E una digitalizzazione che lascia indietro anziani, persone fragili, piccoli imprenditori, cittadini delle aree interne, non è progresso.

È esclusione con il logo aggiornato.

Presidente, colleghi,

il MoVimento 5 Stelle ha sempre sostenuto l’innovazione vera.

Abbiamo sempre sostenuto la semplificazione utile.

Abbiamo sempre sostenuto una pubblica amministrazione più vicina ai cittadini.

Ma proprio per questo non possiamo accettare che la parola “semplificazione” venga usata come copertura per ridurre garanzie.

La semplificazione deve essere per tutti, non per pochi.

Deve rendere più facile rispettare le regole, non più difficile controllare chi le viola.

Deve aiutare le imprese sane, non agevolare chi cerca scorciatoie.

Deve rafforzare lo Stato, non svuotarlo.

Deve rendere i cittadini più tutelati, non più soli.

In questo testo, invece, vediamo troppi squilibri.

Troppa fretta.

Troppa fiducia cieca negli automatismi.

Troppa poca attenzione ai diritti.

Troppa poca attenzione alla qualità concreta dei servizi.

Troppa poca attenzione alla capacità reale della pubblica amministrazione di applicare ciò che il Parlamento scrive.

E allora il rischio è chiaro: una legge che si presenta come semplificazione, ma produce complicazione semplificata.

Una legge che promette digitale, ma rischia di creare burocrazia digitale.

Una legge che promette efficienza, ma indebolisce i controlli.

Una legge che promette di aiutare cittadini e imprese, ma finisce per aiutare soprattutto chi ha già forza, struttura e relazioni.

Noi, Presidente, chiediamo un’altra strada.

Chiediamo una semplificazione seria.

Una semplificazione che riduca davvero gli adempimenti inutili.

Una semplificazione che metta al centro cittadini e piccole imprese.

Una semplificazione che non trasformi le garanzie in fastidi.

Una digitalizzazione che non sia propaganda, ma infrastruttura pubblica.

Una pubblica amministrazione che non venga svuotata, ma rafforzata.

Perché l’Italia non ha bisogno di meno Stato.

Ha bisogno di uno Stato migliore.

Più efficiente, sì.

Più rapido, sì.

Più digitale, sì.

Ma anche più giusto, più trasparente, più capace di tutelare l’interesse generale.

Concludo, Presidente.

Questo disegno di legge parte da un titolo condivisibile, ma arriva a una risposta sbagliata.

Perché non basta chiamare una norma “semplificazione” per renderla utile.

Non basta mettere la parola “digitale” per costruire innovazione.

Non basta accorciare i tempi per dire che lo Stato funziona.

Se si accorciano i tempi tagliando i controlli, non si è più efficienti: si è più imprudenti.

Se si digitalizza senza interoperabilità, non si è moderni: si è solo più complicati con strumenti nuovi.

Se si aiuta chi è già forte e si lascia solo chi è più piccolo, non si sta facendo riforma: si sta facendo selezione politica e amministrativa.

Per queste ragioni il nostro giudizio è profondamente critico.

Perché la vera semplificazione non deve liberare il potere dai controlli.

Deve liberare cittadini e imprese dalla cattiva burocrazia.

E questo testo, purtroppo, fa troppo spesso la prima cosa e troppo poco la seconda.

Grazie.