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069-2682 Antonio Ferrara - M5S Camera - Intervento in Aula 09_12_2025

 “069 Antonio Ferrara - M5S Camera - Intervento in Aula 09_12_2025”. È l’intervento dell’On. Antonio Ferrara nella discussione generale sulla Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2025 – A.C. 2682, seduta Camera n. 580 del 9 dicembre 2025.
Grazie, Presidente.

Colleghi, colleghe,

oggi discutiamo la Legge annuale per il mercato e la concorrenza per il 2025.

Un provvedimento che, almeno nel titolo, dovrebbe parlare di apertura dei mercati, di tutela dei consumatori, di qualità dei servizi, di possibilità per le imprese di competere davvero e per i cittadini di non essere schiacciati da rendite, monopoli, opacità e burocrazia.

Perché la concorrenza, se presa sul serio, non è una parola magica.

Non è una bandierina ideologica da agitare ogni anno per dire che si è fatto il compitino con l’Europa.

La concorrenza, se è vera, serve a rompere rendite, a migliorare i servizi, ad abbassare i costi, a dare più scelta ai cittadini, a tutelare chi oggi non ha voce.

Ma proprio per questo va detto con chiarezza: questo provvedimento è debole, parziale e, in molti punti, lontano dai problemi reali del Paese.

È una legge che dovrebbe occuparsi di mercato, ma sembra scritta con il timore di disturbare davvero chi nel mercato occupa posizioni consolidate.

È una legge che dovrebbe tutelare i cittadini, ma spesso si ferma ai meccanismi, alle procedure, agli indicatori, dimenticando che dietro quei numeri ci sono persone.

È una legge che dovrebbe aiutare le imprese sane, quelle che competono davvero, e invece rischia di lasciare intatte molte delle rendite che bloccano il Paese.

Noi del MoVimento 5 Stelle partiamo da un principio molto semplice: il mercato non è un far west e la concorrenza non può essere la legge del più forte.

La concorrenza ha senso solo se è regolata, trasparente, accessibile e se produce benefici concreti per cittadini, lavoratori, imprese e territori.

Altrimenti non è concorrenza: è selezione naturale a favore di chi è già più grande, più forte, più vicino ai centri decisionali.

E questo, Presidente, è un punto politico fondamentale.

Perché questa maggioranza si riempie spesso la bocca con parole come merito, libertà, impresa, mercato.

Poi, quando si tratta di intervenire davvero sulle distorsioni del mercato, sulle posizioni dominanti, sui servizi che non funzionano, sulle asimmetrie tra grandi operatori e piccole imprese, improvvisamente il coraggio riformatore sparisce.

Si diventa prudenti.

Anzi, prudentissimi.

Quasi timidi.

Una timidezza curiosa, perché quando si tratta di tagliare diritti o comprimere tutele il Governo mostra una rapidità olimpica; quando invece bisogna toccare rendite e privilegi, diventa un bradipo istituzionale.

Il primo grande nodo riguarda i servizi pubblici locali.

Qui si misura la distanza tra la retorica della concorrenza e la vita quotidiana delle persone.

Perché un servizio pubblico locale non è una voce tecnica in un dossier.

È il trasporto che permette a una persona di andare al lavoro.

È la gestione dei rifiuti.

È l’acqua.

È l’energia.

È la possibilità per un anziano, per una persona con disabilità, per una famiglia in periferia, di vivere in modo dignitoso.

E allora non basta dire che bisogna valutare i servizi con parametri economici, indicatori finanziari, costi standard, efficienza gestionale.

Tutto questo può essere utile, certo.

Ma non basta.

Perché un servizio può essere perfetto nei bilanci e pessimo nella realtà.

Può essere efficiente sulla carta e inaccessibile per chi lo usa.

Può rispettare gli indicatori e lasciare fuori proprio le persone più fragili.

Noi diciamo una cosa semplice: nella valutazione dei servizi pubblici deve entrare anche la voce dei cittadini.

Deve entrare la soddisfazione dell’utenza.

Deve entrare l’accessibilità reale.

Deve entrare la fruibilità per anziani, persone con disabilità, famiglie, territori periferici e aree interne.

Perché, se un servizio pubblico funziona solo nei report ma non nella vita concreta delle persone, allora quel servizio non funziona.

E qui emerge una contraddizione enorme della maggioranza.

Nel 2022 avete promesso di mettere le persone al centro.

Oggi, invece, mettete al centro i parametri.

Avete detto: prima i cittadini.

Oggi sembra: prima gli indicatori.

Avete detto: difenderemo chi è rimasto indietro.

Oggi, nei testi, chi resta indietro spesso non compare nemmeno.

E questo non è un dettaglio tecnico: è una scelta politica.

La seconda questione riguarda le imprese.

L’Italia è fatta di piccole e medie imprese, di artigiani, di attività produttive diffuse, di distretti, di filiere territoriali.

Queste imprese non chiedono concorrenza a parole.

Chiedono condizioni eque per competere.

Chiedono tempi certi.

Chiedono energia a costi sostenibili.

Chiedono una pubblica amministrazione che non le costringa a perdere settimane dietro moduli, piattaforme, autorizzazioni e procedure che spesso parlano tra loro come due telefoni senza linea.

E invece questo Governo continua a raccontare le imprese come se bastasse un comunicato stampa.

Ma una piccola impresa non vive di conferenze stampa.

Vive di ordini, liquidità, bollette, margini, investimenti, personale qualificato.

Vive della possibilità di innovare senza essere schiacciata dalla burocrazia.

E allora una vera legge sulla concorrenza dovrebbe porsi una domanda: come facciamo a impedire che il mercato premi sempre gli stessi, i grandi operatori, i soggetti più strutturati, quelli che hanno uffici legali, consulenti, accesso ai tavoli e capacità di anticipare ogni regola?

Perché il rischio è sempre lo stesso: una concorrenza proclamata in alto e negata in basso.

A parole si apre il mercato.

Nei fatti si lascia il piccolo imprenditore davanti a un labirinto.

E mentre i grandi hanno la mappa, le piccole imprese hanno solo il cartello: “arrangiatevi”.

Poi c’è il tema dell’innovazione e del trasferimento tecnologico.

In un Paese serio, la concorrenza dovrebbe essere collegata alla capacità di innovare.

Non si compete solo abbassando i costi.

Si compete investendo in ricerca, digitalizzazione, tecnologie pulite, competenze.

E qui il rapporto tra università, centri di ricerca, parchi scientifici e tecnologici, startup e PMI dovrebbe essere centrale.

Invece troppo spesso l’innovazione viene raccontata come un grande disegno centralizzato, elegante nei documenti, ma distante dai territori.

Noi crediamo che l’innovazione debba scendere nei distretti produttivi, nei laboratori, nelle officine, nelle imprese che ogni giorno cercano di restare agganciate alle filiere globali.

Se il trasferimento tecnologico resta chiuso nei palazzi, non è innovazione: è burocrazia con un nome moderno.

Se invece arriva nei territori, allora diventa crescita, lavoro e futuro.

C’è poi un punto che non possiamo ignorare: il consumatore.

Perché una legge sulla concorrenza dovrebbe tutelare prima di tutto chi paga il prezzo finale.

Il cittadino-consumatore oggi è spesso solo davanti a mercati complessi: energia, telefonia, servizi digitali, trasporti, assicurazioni, piattaforme online.

In molti settori la libertà di scelta è più apparente che reale.

Il cittadino si trova davanti contratti incomprensibili, clausole opache, offerte che cambiano, costi nascosti, assistenze impossibili da raggiungere, procedure digitali che dovrebbero semplificare e invece diventano una corsa a ostacoli.

E allora la domanda è: questa legge dà davvero più forza ai consumatori?

Dà più trasparenza?

Dà più strumenti di tutela?

Oppure si limita a ritoccare qualche meccanismo senza incidere sulle asimmetrie reali?

Perché il mercato, senza trasparenza, non premia il migliore.

Premia chi riesce a rendere più difficile capire.

E questo è esattamente il contrario di una concorrenza sana.

Presidente,

noi non siamo contrari alla concorrenza.

Siamo contrari alla concorrenza finta.

Siamo contrari alla concorrenza usata come parola elegante per ridurre tutele.

Siamo contrari alla concorrenza che apre spazi ai grandi operatori e lascia soli cittadini, lavoratori e piccole imprese.

Siamo contrari all’idea che basti mettere una gara, un parametro, una procedura o una relazione tecnica per dire che il servizio migliorerà automaticamente.

La realtà è più complessa.

E la politica dovrebbe avere il coraggio di guardarla.

Il Governo, invece, continua a fare una cosa che ormai conosciamo bene: prende un titolo ambizioso, lo svuota di contenuto e poi lo presenta come una grande riforma.

È successo con la semplificazione, che spesso complica.

È successo con la transizione, che spesso resta ferma.

Succede anche qui, con la concorrenza.

Una parola grande, usata per coprire un testo piccolo.

E allora il punto politico è questo: una legge sulla concorrenza dovrebbe avere il coraggio di sfidare le rendite, non di accarezzarle.

Dovrebbe migliorare i servizi, non limitarsi a misurarli.

Dovrebbe proteggere i consumatori, non lasciarli soli davanti ai grandi operatori.

Dovrebbe aiutare le piccole imprese a competere, non lasciarle nel labirinto mentre i grandi corrono in autostrada.

Dovrebbe portare l’innovazione nei territori, non chiuderla nei soliti circuiti.

Per questo il MoVimento 5 Stelle porterà in quest’Aula proposte concrete.

Proposte per misurare davvero la qualità dei servizi pubblici.

Proposte per introdurre la soddisfazione dell’utenza come criterio reale.

Proposte per rafforzare accessibilità, trasparenza, innovazione e tutela delle fasce più fragili.

Perché per noi la concorrenza non è un idolo davanti al quale sacrificare diritti.

È uno strumento.

E come tutti gli strumenti va giudicata dai risultati che produce.

Se produce servizi migliori, va bene.

Se produce più trasparenza, va bene.

Se aiuta le imprese sane a crescere, va bene.

Se riduce rendite e privilegi, va bene.

Ma se diventa solo una copertura ideologica per dire che il mercato farà tutto da solo, allora no.

Perché il mercato da solo non difende i più fragili.

Il mercato da solo non garantisce accessibilità.

Il mercato da solo non misura la dignità di una persona che non riesce a usare un servizio.

Il mercato da solo non salva i territori lasciati indietro.

Quello è il compito della politica.

Ed è proprio qui che questa maggioranza mostra il suo limite.

Parla molto di libertà, ma dimentica che senza diritti la libertà è solo una parola.

Parla molto di mercato, ma dimentica che senza regole il mercato diventa il campo di gioco dei più forti.

Parla molto di cittadini, ma quando scrive le norme spesso li lascia fuori dalla porta.

Noi invece vogliamo riportarli dentro.

Dentro le valutazioni.

Dentro le scelte.

Dentro i criteri.

Dentro le politiche pubbliche.

Perché una legge sulla concorrenza che non migliora la vita dei cittadini non è una legge moderna.

È solo un esercizio contabile travestito da riforma.

Concludo, Presidente.

Questo provvedimento avrebbe potuto essere un’occasione per fare davvero un passo avanti: più trasparenza, più tutela dei consumatori, più qualità dei servizi, più innovazione nei territori, più sostegno alle imprese che competono davvero.

Invece arriva in Aula un testo timido, parziale, pieno di buone intenzioni dichiarate e povero di scelte coraggiose.

La maggioranza lo presenterà come una riforma.

Noi lo leggiamo per quello che è: un’occasione mancata.

E, come spesso accade con questo Governo, il titolo promette molto più del contenuto.

La concorrenza, Presidente, non si difende con gli slogan.

Si difende togliendo privilegi, aumentando la trasparenza, ascoltando i cittadini e misurando i servizi non solo con i conti, ma con la vita reale delle persone.

Se non si ha il coraggio di fare questo, allora non si sta facendo una legge per il mercato.

Si sta facendo l’ennesimo manifesto della maggioranza: grande titolo, piccola sostanza.