Video Interventi in aula
077-2761 Antonio Ferrara - M5S Camera - Intervento Discussione Generale Misure urgenti ex Ilva in Aula 19_01_2026.mp4
Intervento dell’**On. Antonio Ferrara** nella seduta n. **596** della Camera del **19 gennaio 2026**, durante la discussione generale sul disegno di legge **A.C. 2761**, relativo alle misure urgenti per la continuità operativa degli stabilimenti **ex Ilva**.
Signor Presidente, colleghi e colleghe,
oggi siamo qui a discutere il disegno di legge n. 2761, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex Ilva.
Fin dal titolo il testo dichiara un obiettivo: mantenere attiva l’attività produttiva. Tuttavia, alla prova dei fatti, ciò che emerge è una gestione frammentaria e reiterata dell’emergenza, anziché un serio progetto di modernizzazione e sicurezza.
L’articolo 1 autorizza Acciaierie d’Italia Spa ad utilizzare 108 milioni di euro di risorse residue per coprire la continuità operativa degli impianti.
Queste risorse non erano destinate all’ordinaria gestione ma dovevano servire alla manutenzione, all’adeguamento e alla messa in sicurezza degli impianti.
Qui si avverte subito una contraddizione di fondo: questi fondi, originariamente pensati per colmare gap tecnologici e di sicurezza, vengono impiegati per tenere acceso un impianto che continua ad essere insicuro ed obsoleto.
Ma andiamo oltre l’ovvietà: non si tratta semplicemente di una scelta tecnica sbagliata, perché questa è una scelta politica deliberata.
Mentre la maggioranza continua a declamare retoricamente l’importanza della continuità produttiva, nei fatti si taglia sui piani di manutenzione e sicurezza, che erano stati indicati come prioritari.
Così facendo, quei fondi non raggiungono realmente chi lavora sui macchinari ogni giorno, non finanziano la prevenzione degli incidenti, non cancellano il rischio di altri infortuni mortali, ma servono solo a sostenere un ciclo produttivo indifendibile che perde pezzi non solo dal punto di vista industriale ma soprattutto dal punto di vista umano e sociale.
Eppure, anche alla luce degli eventi tragici riportati dalla cronaca, dove i lavoratori sono stati vittime di condizioni di lavoro che rispecchiano perfettamente una mancata manutenzione strutturale degli impianti, questa maggioranza non trova un euro per mettere mano a una programmazione seria della sicurezza.
È come se fossimo in presenza di una politica che sostiene la forma della produzione ma ignora la sostanza della sicurezza.
Non è sufficiente ripetere slogan come “continuità operativa garantita”, se poi gli impianti continuano a essere obsoleti, se le condizioni di rischio permangono e se chi entra in quei luoghi rischia ogni giorno la vita.
Questa è la polveriera normativa che si cela dietro l’articolo 1, una norma che apre la porta alla gestione corrente delle attività ma non impone alcun vincolo serio sulla modernizzazione tecnologica, sulla sicurezza certificata né sulla tutela dei lavoratori.
Qui emerge, con chiarezza, un’altra contraddizione politica: mentre il Governo parla di gestione responsabile e attenta, i fatti raccontano esattamente l’opposto.
Si danno soldi per mantenere in piedi un ciclo produttivo senza prospettiva, ma non si vincolano quei soldi a risultati concreti.
Non si dice che quei fondi devono essere spesi, non si indicano criteri di trasparenza, verifiche o obiettivi di progresso nella sicurezza o nelle tecnologie pulite.
In altre parole, si finanzia l’apparenza della gestione industriale mentre si negozia la sostanza della trasformazione produttiva.
Se questo è l’esercizio della continuità operativa, allora la continuità non è altro che un sinonimo di rinvio permanente, una linea d’azione che sposta i problemi nel tempo senza mai affrontarli.
Di fronte a questa situazione, l’articolo 1 non può essere letto come un atto di responsabilità industriale o sociale.
No, signor Presidente, l’articolo 1 racconta una politica di breve respiro, priva di visione, incapace di imporre criteri vincolanti di sicurezza, incapace di restituire dignità al lavoro, incapace di guardare al futuro invece che al semplice domani.
Mentre il decreto prova a dare l’idea dell’intervento efficace, le contraddizioni di rischio rimangono e la comunità paga ancora il prezzo della fragilità normativa e politica di questa maggioranza.
Il comma 1-bis dell’articolo 1, che istituisce un Fondo per il sostegno dell’indotto, stanzia 1 milione di euro per tre anni — 1 milione di euro — cioè un valore che, nel contesto di una crisi occupazionale profonda, suona quasi come uno scherzo di cattivo gusto.
Perché mentre la maggioranza in Parlamento si compiace di cifre così esigue, le cronache della settimana raccontano che due imprese dell’indotto ex Ilva hanno già avviato procedure di licenziamento per 274 lavoratori, con la cassa integrazione che scadrà a marzo e nessuna prospettiva di futuro perché si trovano in una situazione di incertezza totale.
La risposta istituzionale prevista dall’articolo, 1 milione di euro l’anno, non è un piano, non è una prospettiva, non è una strategia: è una simulazione politico-industriale.
È come mettere una toppa di carta su uno strappo profondo.
Pensateci un momento: mentre il Governo continua a raccontare di continuità operativa e di grandi piani industriali, i lavoratori dell’indotto stanno vivendo una realtà fatta di licenziamenti in corso e rischio di desertificazione occupazionale a Taranto.
Ciò avviene non per cause strane o per cicli economici imprevedibili, ma perché la politica industriale, quella vera e non quella delle slide ministeriali, non è stata messa in campo.
Non c’è un piano di investimenti serio per l’indotto, non ci sono progetti di riconversione, non c’è la tecnologia da condividere con le parti sociali e non c’è una visione che colleghi il futuro dello stabilimento con un tessuto produttivo stabile e moderno.
Adesso andiamo all’articolo 2, che prevede la possibilità di integrare gli indennizzi ai danni patrimoniali da inquinamento.
È chiaro che riconoscere il danno è giusto, ma non eliminare le cause che producono quel danno è un esercizio di retorica normativa-amministrativa: si cura l’effetto, non la causa.
È una lettura insufficiente per chi vive quotidianamente l’esposizione all’inquinamento e la fragilità delle condizioni di lavoro.
L’articolo 3 — come il 3-bis: le definizioni creative — dispone che le imprese in amministrazione straordinaria non siano da considerarsi in uno stato di difficoltà.
Questo è l’esempio di ingegneria normativa che cerca di rendere compatibili con regimi di aiuto uno stato, di fatto, non sostenibile economicamente.
I soci, i committenti, la struttura produttiva e gli stessi lavoratori vivono una realtà di difficoltà strutturale, non di normalità economica.
L’articolo 3-bis propone un nuovo finanziamento fino a 149 milioni di euro per il 2026, qualora l’attuale procedura di cessione non si concluda entro il 30 gennaio.
La logica è semplice: se non c’è un compratore serio, lo Stato continua a coprire la gestione corrente, ma non è così che si costruisce una prospettiva industriale credibile.
L’articolo 4, per quanto riguarda la cassa integrazione, è necessario, ma non è risolutivo.
Prevede risorse per l’integrazione salariale e per la formazione per attività di bonifica, risorse necessarie, certamente e sicuramente.
Eppure, la cassa integrazione non può costituire di per sé una politica industriale: è un sostegno temporaneo, non un piano di trasformazione economica.
Senza modernizzazione tecnologica, senza decarbonizzazione, senza prospettiva di mercato, la cassa integrazione diventa una riga di bilancio per prolungare un modello obsoleto.
Signor Presidente,
la legge che oggi esaminiamo si concentra sui finanziamenti di breve periodo, coperture emergenziali e terminologie giuridiche creative.
Quello che manca è una logica di outcome, cioè obiettivi vincolati.
Non ci sono standard per la sicurezza certificati, non ci sono obiettivi di decarbonizzazione, non ci sono traguardi per la competenza tecnologica, non ci sono piani seri per l’indotto e il tessuto produttivo territoriale.
È come riempire un secchio bucato con la speranza che l’acqua resti dentro.
Le criticità della sicurezza e la realtà dei fatti: su questo punto non possiamo parlare di continuità se si verificano incidenti tenuti all’oscuro dei rappresentanti per la sicurezza e se i sindacati denunciano le gravi lacune nei protocolli di prevenzione.
Le risposte alle interrogazioni parlamentari sono generiche e non affrontano le domande specifiche sulla tutela dei lavoratori.
Questa è la realtà, non una narrazione.
È una realtà che non si corregge con un decreto tampone, ma con uno sforzo normativo e gestionale serio e di lungo periodo.
C’è di più: la situazione è talmente grave che un gruppo di eurodeputati ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea per sollecitare il rispetto pieno delle norme comunitarie sul tema della salute e sicurezza dei lavoratori.
La questione non può essere confinata nel perimetro interno, quando uno Stato membro non garantisce le condizioni di lavoro compatibili con la normativa europea.
La responsabilità diventa anche comunitaria.
Questo sollecito testimonia che gli obblighi giuridici non sono opinioni, ma sono vincoli che non possono essere elusi con formule retoriche.
Negli scorsi anni è stata avanzata una proposta di politica industriale più ambiziosa, una transizione verso tecnologie pulite, idrogeno verde e modernizzazione produttiva.
Questa proposta era improntata non all’ideologia, ma alla realistica necessità di ridurre l’impatto ambientale, tutelare la salute dei cittadini e dei lavoratori, favorire la competitività internazionale e creare occupazione qualificata.
Eppure, mentre gli altri Paesi fanno del futuro industriale il loro faro strategico, qui da noi parlare di idrogeno verde è diventato un tabù politico.
Il decreto in discussione non lega stanziamenti a obiettivi di transizione industriale, non impone date, non fissa criteri, non disciplina risultati.
Mentre la maggioranza continua a parlare di continuità, la realtà dei fatti parla una lingua diversa: aumentano i licenziamenti dell’indotto, persistono incidenti, mancano le decisioni strutturali e non c’è un chiaro progetto di sviluppo.
Questo decreto non risolve, questo decreto rinvia.
Questo decreto gestisce l’emergenza come se fosse una normalità.
In conclusione, Presidente,
discutere questo provvedimento è importante, ma dobbiamo avere chiara una verità semplice e fin troppo evidente: non basta tamponare.
Una serie di interventi temporanei, di decreti emergenziali e di risorse spostate da una voce all’altra non costituiscono una politica industriale.
Serve molto di più.
Occorre una strategia industriale reale, una strategia che non si limiti a girare intorno ai problemi, ma li affronti in modo strutturale.
Serve vincolare gli stanziamenti a risultati misurabili, con indicatori chiari di performance, tempi certi di attuazione e sanzioni per il mancato raggiungimento degli obiettivi.
Non possiamo continuare ad assistere a stanziamenti che non producono cambiamento, ma solo rituali contabili.
Serve mettere la sicurezza dei lavoratori al centro con piani di adeguamento verificabili, manutenzione continua, formazione permanente e protocolli reali di tutela.
Non possiamo continuare ad ascoltare dichiarazioni generiche e ad accettare risposte istituzionali che fanno finta di leggere la realtà attraverso gli occhi sfocati.
Serve modernizzazione degli impianti, utilizzando tecnologie avanzate, introducendo processi produttivi compatibili con le migliori pratiche europee e non continuando a cercare di prolungare la vita di infrastrutture che avrebbero dovuto essere aggiornate anni fa.
Serve innovare il modello produttivo con un piano di transizione energetica, con incentivi reali alla decarbonizzazione e con una visione che metta Taranto e l’Italia nella mappa dei principali sistemi industriali del futuro, non nella cronaca degli incidenti o nelle battute di un dibattito annuale fatto di proclami e slide ministeriali.
Finché ci limiteremo a gestire l’agonia con decreti emergenziali, continueremo a ripetere gli stessi errori.
Continueremo a vedere lavoratori rischiare la vita su impianti che dovrebbero essere messi in sicurezza, continueremo a vedere intere filiere produttive indebolirsi e continueremo a spendere risorse pubbliche non per costruire un futuro, ma per tamponare il passato.
La gente di Taranto, il lavoro, le famiglie e le comunità meritano di meglio.
Meritano una politica industriale che non si limiti alle parole, meritano una politica che faccia i conti con la realtà e non con le foto di una conferenza stampa e meritano un Paese che costruisca, non uno che si limiti a condividere annunci.
Qui dico, con fermezza istituzionale e spirito di responsabilità, che se continueremo su questa via non faremo che rinviare il problema al prossimo decreto e alla prossima emergenza, senza mai affrontare davvero le cause profonde delle crisi industriali, sociali e ambientali.
Per questo, signor Presidente e colleghi, non possiamo accontentarci di una politica che gestisce l’ordinario con l’emergenziale.
Dobbiamo alzare lo sguardo e scegliere oggi, qui e ora, di dare a Taranto, ai suoi lavoratori e alle sue comunità una prospettiva di futuro concreta, sostenibile e duratura.
Lo dobbiamo fare con coraggio politico, con responsabilità e con la consapevolezza che il tempo delle promesse è finito, mentre il tempo delle scelte vere deve iniziare adesso, perché Taranto, il suo lavoro e la sua gente meritano di meglio.
